sabato 31 maggio 2008

Democrazia in bilico



«Solo in Campania, posto che nelle altre regioni vige il divieto assoluto, sarà possibile smaltire in discarica un rifiuto normativamente considerato pericoloso in qualsiasi paese europeo»


E' l´allarme lanciato nel documento che 75 magistrati su 100 della Procura di Napoli hanno inviato al Csm per sollecitare un parere negativo sul decreto approvato mercoledì 21 maggio dal governo Berlusconi.Il testo viene criticato innanzitutto per l´istituzione di una procura regionale e un tribunale specializzato in materia di rifiuti.


La riforma, scrivono i pubblici ministeri, «non sembra assecondare e sostenere lo sforzo profuso dal nostro ufficio e dagli altri uffici inquirenti campani» nelle indagini che hanno cercato «di contrastare fenomeni illegali di vario tipo, anche riguardanti le infiltrazioni della criminalità camorristica nel settore dei rifiuti, di individuare gravi degenerazioni amministrative e di contenere e ridurre il danno arrecato all´ambiente, al territorio e alla salute dei cittadini». In calce al documento, le firme di veterani dell´ufficio come il pm di Calciopoli, Giuseppe Narducci, o di sostituti impegnati in prima fila nelle indagini anticamorra come Marco Del Gaudio, Antonello Ardituro e Sergio Amato.


Hanno firmato i procuratori aggiunti Sandro Pennasilico, Franco Roberti e Aldo De Chiara, ma anche i pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo, titolari dell´indagine sulla gestione dei rifiuti che da martedì mattina tiene agli arresti domiciliari 25 persone fra le quali l´ex vice di Guido Bertolaso, Marta Di Gennaro, l´amministratore delegato di Fibe, Massimo Malvagna, imprenditori e dirigenti della struttura commissariale.

mercoledì 28 maggio 2008

L' inettitudine della Destra Italiana

E' fatto incontrovertibile del nostro ultimo secolo di storia ed è confermato dal Governo odierno: Con la fine della Destra Storica, la destra in Italia ha solo contribuito, nel suo complesso, a creare problemi.

Non è mia intenzione procedere a pedisseque elencazioni di dati e relative costatazioni, nè ricavare alcuna deduzione "contrario sensu" da questa affermazione.

Semplicemente mi preme evidenziare come da uomini complessivamente mediocri non ci si possa che aspettare risultati mediocri.

E la mediocrità non dipende solo dalle fedine penali, ma anche dalle carriere lavorative e competenze tecnico-culturali.

Queste sono le grandi assenti del Belrusconi IV, riempito di vecchie guardie dimostratesi fattualmente improduttive e affiancate da subrette alle prime armi, con più decoltè che competenze.

La dimostrazione la sia ha osservando le metodologie di risoluzioni dei Problemi.

Preoblema Energia: Ritorno al Nucleare.

«Entro questa legislatura porremo la prima pietra per la costruzione nel nostro paese di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione - ha annunciato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, suo intervento all'assemblea di Confindustria. «Solo gli impianti nucleari - ha aggiunto il ministro - consentono di produrre energia su larga scala, in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto dell'ambiente».

Naturalmente si tratta di una fandonia (il problema scorie collegato tra l' altro alle specificità del nostro territorio, leggi mafia, cammorra, 'ndrangheta e sacra corona unita, mi pare tutt altro che marginale), ma quel che è interessante è come un gruppo di vecchi affronti un problema nuovo inevitabilmente con soluzioni arcaiche, basate su un sistema di produzione energetico fondato su fonti primarie esaurite da sessant'anni, che al più potranno, tra bene che vada 20 anni (quando per contro in europa i processi di smantellamento progressivo in atto saranno terminati)aiutarci al massimo a soddisfare il 6-7% dei nostri bisogni energetici.

La disamina di questa metodologia di governo miope può andare avanti a lungo (passando dai discutibili provvedimenti in materia sicurezza , nonchè dal paracriminale decreto legge sui rifiuti, che prevede che siano inceneriti pure rifiuti tossico industriali e chimici, alla vergognosa ed inaccettabile prosecuzione di condotte tese al soddisfacimento dei propri interessi piuttosto che di quelli comuni, in barba al rispetto dei poteri e funzioni rispettivamente della Corte Costituzionale Italiana e dell Corte di Giustiza e Commissione Europea), ciò che sorprende è come tutto ciò sia stato possibile in appena 1-2 settimane di para operatività.

1-2 settimane che peraltro sono bastate a creare una mezzadozzina di crisi diplomatiche, con addirittura anche Amnesty International che esprime preoccupazione per il clima che si sta venendo a creare in Italia.

Chi di provincialismo ferisce di provincialismo perisce.


lunedì 26 maggio 2008

Un Campione Di Nome Dustin Carter

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Questo è Dustin Carter, un 18enne che ha voltato le spalle al crudele destino e con tanta fatica e tanto carattere (questo ragazzo ha le PALLE quadrate) ha realizzato il suo sogno... diventare campione nazionale di lotta libera dello stato dell'Ohio per quanto riguarda i campionati studenteschi.
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All’età di cinque anni, a causa di una malattia infettiva, fu salvato dai dottori tramite un’intervento chirurgico dove fu necessario asportare una parte delle gambe e braccia. Grazie all’aiuto dei genitori, e in particolare del padre il quale gli diceva sempre "Perchè dovrei farla io questa cosa (riferendosi a qualunque cosa Dustin chiedesse) al posto tuo? Falla da solo, puoi fare tutto, anche cose oltre la tua immaginazione". Dustin è cresciuto con un tale spirito combattivo che contraddistingue un semplice sportivo da questo CAMPIONE.
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Alla High School di Hillsboro vicino Cincinnati in America, Carter vuole cimentarsi con la lotta libera, molti all’inizio pensavano ad un capriccio, un ragazzo in quelle condizioni come può fare uno sport dove le gambe e le braccia sono determinanti ? Si sbagliavano. Oggi Dustin Carter è uno dei migliori lottatori nell’Ohio. “La sua perseveranza parla per se”, dice Scott Goodpaster, addestratore di Carter. “Vuole vincere”, si sveglia la mattina con la volontà di vincere, la lotta e la sua passione. Lavora duramente per ottenere risultati, ogni cosa che fa sembra proporsi una sfida.
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Dustin Carter vuole che gli altri lo vedano come un ragazzo qualsiasi, è un esempio per chi ha requisiti ma non riesce a raggiungere risultati, ed è un esempio per chi è nelle sue simili condizioni fisiche. Ogni volta che partecipa ad una gara che vinca o perda tutto il pubblico presente lo applaude alzandosi in piedi, e guardando il video capirete perchè...
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Purtroppo non ho trovato video in italiano, ma lasciate che siano le immagini a parlare...
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sabato 24 maggio 2008

giovedì 22 maggio 2008

L' italia in balia, III parte

Più soldi e meno competenze: La classe dirigente italiana

«Spirito di servizio». Non c’è deputato o senatore, ministro o sottosegretario, che non giuri con tono solenne di far politica solo per questo: «Spirito di servizio». Manco fossero tutti emuli di Alcide De Gasperi che per andare alla Casa Bianca si fece prestare il cappotto da Attilio Piccioni. Sarà... Ma i numeri dicono che l’elezione al Parlamento ha sempre meritato il «cin cin» con lo spumante migliore: coincideva infatti con un aumento medio del reddito personale del 78%. A Roma! A Roma!

Oddio, una volta era un po’ diverso. Nel 1983, un quarto di secolo fa, chi sbarcava a Montecitorio o a Palazzo Madama vedeva i suoi guadagni salire mediamente del 33%. Un incremento buono, ma ridicolo rispetto alla botta di vita dei successori. Chi diventò parlamentare nel 1996 si ritrovò in tasca, in media, addirittura il 109,2 per cento in più di quanto aveva dichiarato l’anno precedente. Al punto che, dopo aver assaggiato tutte le leccornie del Palazzo, quelli che hanno via via deciso per loro scelta (e non perché trombati) di tornare al mestiere di prima sono diventati più rari del dugongo. Perfino gli imprenditori, una volta «discesi in campo», scelgono nella misura del 37% di lasciar perdere quanto facevano per restare sui diletti scranni. Per non dire dei medici (che decidono di rimanere in politica e non rientrare nei reparti o negli ambulatori nel 45% dei casi), dei giornalisti (44%), degli autonomi (49%), degli operai (61%) o dei rappresentanti di categorie professionali: solo uno su cinque rientra nell’ufficio da cui proveniva, sei su dieci si avvinghiano al seggio e non lo mollano più.

Lo dice la ricerca formidabile di un gruppo di economisti: Antonio Merlo, della University of Pennsylvania, Vincenzo Galasso della Bocconi, Massimiliano Landi della Singapore Management University e Andrea Mattozzi del California Institute of Technology. Si intitola «Il mercato del lavoro dei politici » e accenderà sabato mattina il dibattito, a Gaeta, sul tema «La selezione della classe dirigente ». Un convegno promosso dalla «Fondazione Rodolfo Debenedetti» che ruoterà poi intorno all’altra metà del tema, vale a dire «La classe dirigente imprenditoriale», studiata da Luigi Guiso, dell’Istituto Universitario Europeo, insieme con tre docenti della London School of Economics, Oriana Bandiera, Andrea Prat e Raffaella Sadun.

Un dato: la «fedeltà» alla famiglia proprietaria dell’azienda conta così tanto, da noi, da rovesciare il rapporto che vale in tutto l’Occidente, dove contano i risultati: da uno a tre a tre a uno. Un altro: dei manager italiani, quelli che lavorano in Lombardia sono il 42%, nel Sud il 5. Una sproporzione apocalittica. Che preannuncia un futuro di nuvoloni neri neri.

Ma torniamo ai politici. Dice la ricerca, coordinata come l’altra da Tito Boeri, il docente della Bocconi animatore de «lavoce. info», che prendendo in esame tutti gli eletti dal 1948 al 2007 non ci sono dubbi: la classe parlamentare della Prima Repubblica era nettamente migliore. Certo, la percentuale di donne è nei decenni triplicata, pure restando lontana da quella dei paesi europei più avanzati. Ma il livello qualitativo, per non dire della «freschezza» generazionale, si è drammaticamente abbassato: «I nuovi deputati erano più giovani e più istruiti durante la prima repubblica. L’età media in cui si entrava in parlamento era di 44,7 anni, contro i 48,1 anni della Seconda. La percentuale dei nuovi eletti in possesso di una laurea è significativamente diminuita nel corso del tempo: dal 91,4% nella I Legislatura, al 64,6% all’inizio della XV Legislatura».

Un crollo di 27 punti. Che risulta ancora più vistoso e preoccupante nei confronti internazionali. Come quello con gli Stati Uniti dove, al contrario, i laureati presenti in Parlamento sono saliti dall’88% al 94%. Trenta punti sopra di noi. C’è poi da stupirsi che l’università (e non parliamo della scuola) sia sprofondata nel pressoché totale disinteresse dei governi al punto che nelle classifiche internazionali del Times di Londra e della «Shanghai Jiao Tong University» non riusciamo a piazzare un solo ateneo tra i primi cento e neppure uno del Mezzogiorno nei primi trecento?

Scrivono Merlo e i suoi colleghi che quasi due parlamentari su tre «rimangono in Parlamento per più di una legislatura, anche se solo uno su dieci vi rimane per più di 20 anni» e che «dopo l’uscita, il 6% va in pensione, quasi il 3% in carcere, ma quasi uno su due rimane in politica». Spiegano inoltre che, per quanto siano difficili questi calcoli, alcuni «indicatori di qualità » (e cioè il livello d’istruzione, il grado di assenteismo e la «abilità intrinseca di generare reddito nel mercato del lavoro») consentono di affermare non solo, come si diceva, che la classe politica attuale è più scarsa di quella precedente al 1993. Ma che la statura dei nostri parlamentari d’oggi è inferiore anche professionalmente, nella vita privata, a quella dei loro predecessori. Quelli, nei loro mestieri da «civili», stavano tutti (dalla Dc al Msi, dal Psi al Pci) al di sopra della media nelle rispettive professioni. Questi, con la sola eccezione di Forza Italia (+0,04) stanno mediamente al di sotto.

Eppure, via via che calava la loro statura culturale, politica, manageriale, sono stati sempre più benedetti da un acquazzone di denaro. Quante volte ci siamo sentiti dire «faccio politica per passione perché economicamente guadagnavo di più prima»? Falso. Dati alla mano, quelli che nella Prima Repubblica ci perdevano a fare il deputato anziché il medico, il notaio o l’avvocato erano il 24% dei democristiani, il 21% dei socialisti, il 19% dei repubblicani... Oggi sono solo il 15% degli azzurri, l’11% degli ulivisti, l’8% dei neo-democristiani, il 6% dei nazional-alleati. Gli altri, a partire dai rifondaroli per finire ai leghisti, ci guadagnano e basta. E tanto.

Dal 1985 al 2004, dice la ricerca curata dal gruppo che ruota intorno a «lavoce.info», l’approdo sugli scranni delle Camere «è stato particolarmente redditizio. Infatti, il reddito reale annuale di un parlamentare è cresciuto tra 5 e 8 volte più del reddito reale annuale medio di un operaio, tra 3,8 e 6 volte quello di un impiegato, e tra 3 e 4 volte quello di un dirigente». Di più: grazie alla possibilità di cumulare altri lavori, esclusa salvo eccezioni in paesi seri come gli Stati Uniti, «dalla fine degli anni ‘90, il 25% dei parlamentari guadagna un reddito extraparlamentare annuale che è superiore al reddito della maggioranza dei dirigenti». Quanto al «prodotto», lasciamo stare. È così scarso, rispetto alle remunerazioni, da aver creato un paradosso. Forse, ironizzano gli economisti, è per colpa dell’ «aumento dell’indennità parlamentare che ha portato in Parlamento persone le cui maggiori competenze erano altrove nel mercato del lavoro, ma non in politica ». Un gentile eufemismo per non parlare di certi somari incapaci di fare qualunque altro mestiere se non quello del politico a tempo pieno. Certo è, suggeriscono, che «per ridurre quest’effetto di selezione avversa si potrebbe eliminare il cumulo dei redditi dei parlamentari con gli altri redditi, come già avviene negli Stati Uniti, e indicizzare l’indennità parlamentare al tasso di crescita dell’economia. Ciò consentirebbe anche di aumentare l’impegno parlamentare dei deputati, poiché in media ogni 10.000 euro di extra reddito si riduce la partecipazione in Parlamento dell’1%». Avete letto bene: chi col secondo mestiere prende 50mila euro in più lavora il 5% in meno, chi ne guadagna 100mila il 10% e così via. Morale: vuoi vedere che per far lavorare di più certi assenteisti cronici occorre farli guadagnare di meno?


(Gian Anotnio Stella)

mercoledì 21 maggio 2008

Ingratitudine

Da: Corriere del Mezzogiorno



Ha cercato casa a Napoli per oltre un mese, lo scrittore Roberto Saviano, probabilmente desideroso di tornare in città dopo l'esperienza non felicissima ai Quartieri spagnoli, dove alloggiava oltre 2 anni fa. Ha cercato un'abitazione nel quartiere Vomero tramite una agenzia immobiliare, ma non c'è stato niente da fare: un gruppo di proprietari si è opposto alla volontà dello scrittore di prendere in fitto un appartamento. Secondo quanto riferisce il quotidiano Il Mattino, le trattative sono andate avanti per un mese, poi lo scrittore finito nel mirino dei Casalesi è stato definito non gradito.

Roberto aveva visionato sei appartamenti. Alla fine non se ne è fatto niente, sia perchè l’abitazione non era ritenuta soddisfacente ma soprattutto per il rifiuto che sarebbe stato opposto dai proprietari quando hanno saputo il nome di chi voleva affittare l’abitazione. In particolare, una delle proprietarie ha affermato che gli inquilini e i vicini dello stabile l'hanno messa in guardia: «Se fitti la casa a Saviano (un bivani in viale Raffaello, ndr), perdiamo la pace». A causa di tali pressioni l'autore del bestseller «Gomorra» averebbe definitivamente rinunciato all'idea.

Dal quartiere emerge una voce solidale. «Questa storia mi amareggia e delude - afferma Gennaro Capodanno del Comitato valori collinari - . Sono nato e vivo in questo quartiere da sempre e non mi riconosco affatto in alcuni, fortunatamente pochi, miei concittadini per gli atteggiamenti assunti nei confronti di un uomo che deve invece godere di tutto il nostro rispetto per le battaglie condotte contro la camorra». «Non ho una casa da affittare, ma se l’avessi gliela concederei volentieri in locazione. Anzi - conclude Capodanno - se ne ha piacere m’impegnerò insieme a lui a trovare una nuova abitazione nel quartiere».

martedì 20 maggio 2008

Chi va con lo zoppo impara a zoppicare


Esorta alla ''caccia'' di zingari, romeni, albanesi ed extracomunitari in genere il cartello affisso nella bacheca di una grossa fabbrica di Pieve di Soligo, nel Trevigiano.

Lo denuncia la Cgil di Treviso, che ha segnalato l'episodio al Prefetto Vittorio Capocelli.

Sotto la scritta ''Regione Veneto, calendario venatorio 2007-2008'', il volantino affisso in bacheca dichiara aperta la caccia alla ''selvaggina migratoria'', consigliando ''l'abbattimento di capi giovani, onde poter estinguere piu' rapidamente le razze''.

Premio: un ''viaggio gentilmente offerto dal ministro Jorge Haider'' e, ''al raggiungimento dei 2000 capi abbattuti, la cittadinanza onoraria austriaca''.


Non ho parole.

Il ritorno delle leggi vergogna

La norma è inserita nel decreto legge, dunque entrerà in vigore subito dopo l'approvazione da parte del consiglio dei ministri di domani.
Concede la possibilità a chi è imputato per reati commessi prima del 31 dicembre di 2001 di chiedere la sospensione del dibattimento per due mesi in modo da valutare se accedere al patteggiamento.
Quanto basta perché si torni a parlare di legge «ad personam».

Del beneficio potrà usufruire infatti anche il premier Silvio Berlusconi, sotto processo a Milano per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato David Mills.

***AGGIORNAMENTO*** Nell'ultima bozza di decreto legge sul «pacchetto sicurezza» è stata tolta, credo sopratutto grazie alle polemiche seguite, questa disposizione.

lunedì 19 maggio 2008

Ma non vuol dire niente!!




Luca Volontè sostiene il ministro:

«Brava Carfagna!La sinistra gay chiama diritti i propri privilegi discriminatori verso famiglie ed eterosessuali».



Le prime reazioni di chi stava (per caso) a sentirlo

sabato 17 maggio 2008

Esempio. Problema mafia. L’Europa crea un commissario agli italiani. Piacerebbe?

di Daniele Bellasio giornalista de "Il Foglio"


Come se Bruxelles, invece di creare un commissario antimafia, creasse un commissario agli italiani. Piacerebbe? D’accordo, la sicurezza è un problema principalmente di immagine, di percezione, perché la paura è una sensazione: è immateriale ma reale, come hanno ricordato il leader del Pd, Walter Veltroni, e il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino. Ma, se è un problema di immagine, un governo può essere indotto nell’errore di credere sufficiente il dare la percezione che il problema sia principalmente uno: per dire che, una volta eliminato quello specifico guaio, la missione è compiuta. Illusorio. Perché io mi sento o no sicuro senza aggettivi, in generale. Io sento o no che lo stato mi protegge. Io so o no che se sbaglio pago. Io ho la percezione che sia diventato inutile fare una denuncia o no. Io so che una cosa è vietata e non si può fare. Io so che ci sono delle regole e le rispetto. Per queste ragioni, non c’è da scandalizzarsi se un governo o un sindaco, appena insediati, vogliono dare il segno di un cambio della guardia. Missione compiuta, appunto: ieri l’Herald Tribune titolava in prima pagina sulla stretta anti immigrazione dell’Italia. Il messaggio è arrivato oltre confine. Però la sicurezza non ha aggettivi. Se la circoscrivi a un campo, prima o poi sorgerà un problema simile e magari più grave nel campo vicino. Io mi sento sicuro se c’è un commissario alle strade, se c’è un’auto della polizia che gira nel quartiere (in America avviene, da noi quante volte le vedete la notte a Monteverde o a Bollate?). Non mi sento sicuro perché c’è un commissario ai rom. Anzi. Che cosa vuol dire? Appiccicare un aggettivo, etnico, religioso, insomma di qualunque tipo, a un problema o a una legge o a una campagna è la via più semplice: s’individua un obiettivo e si concentra l’attenzione dell’opinione pubblica. E’ più facile mostrare subito qualche risultato, ma è pericoloso. Per due ragioni.
La prima è che appiccicare un aggettivo a un crimine sembra voler dire che ci sono crimini più crimini degli altri, dunque ci sono persone o gruppi di persone meno persone delle altre. Al limite ci può essere un commissario al tal reato, al tal problema, ma non al tal gruppo o alle tali persone.
La seconda ragione per cui è un esercizio rischioso è che subito dopo ci sarà un’altra emergenza, un altro aggettivo: se non si affronta il problema sicurezza nell’affermazione neutra della sovranità dello stato, la coperta sarà sempre corta e tu, governo, sarai sempre passibile dell’accusa di aver sì perseguito alcuni tipi di comportamenti criminali, ma non altri.

Il cahier delle emergenze a corrente alternata
L’Italia è fatta così, va a emergenze: cani feroci, bullismo, nonnismo, alcol e discoteche, rapine in villa, droghe, rom, islam, corruzione, albanesi, rave, velocità sulle strade, evasione fiscale, marocchini, prostituzione, immondizia, piromani, pedofili, mamme che uccidono bambini, che uccidono papà che, se non sono pedofili, uccidono le mogli. Attenzione però che stavolta è rischioso sul serio, perché prendere decisioni ad hoc per determinati gruppi, con determinati aggettivi, può far da volano alla pancia che mal digerisce l’insicurezza per risputarla sotto forma di razzismo. Lo stato deve saper garantire l’ordine e preservare la sua sovranità sul territorio, non su persone o gruppi di persone. Vanno perseguiti e puniti i reati senza aggettivi, non le persone senza reati. Il clima deve cambiare per tutti, non per chi ricade nel gruppo denominato con l’aggettivo scelto per la crisi emergenziale del momento. Scegliere una crisi via l’altra significa nascondere la debolezza generale dello stato, il senso di illegalità diffuso e l’accidia nazionale di fronte all’idea di imparare che le regole vanno rispettate. Se no poi, di aggettivo in aggettivo, parte il teatro dell’assurdo. Come le cartine dei giornali che, sotto il titolo “i crimini dei rom”, elencano baracche abusive.
Obiezione: da qualche cosa bisogna pur cominciare.
Esatto, da qualche cosa, non da qualcuno.
Nuovo governo: “Cari ragazzi, puntiamo sulla sicurezza dei cittadini. Ci saranno più poliziotti per strada e più regole fatte rispettare”. E che sia un dammuso o una baracca poco cambia. In fondo, per farci andare meno forte in autostrada sono bastati gli autovelox e per non farci fumare nei bar i cartelli e qualche multa, senza alcun commissario addetto agli italiani.

venerdì 16 maggio 2008

L' italia in balia, II parte

Ecco l' ennesima dimostrazione dell' abietta ripugnanza che esibiamo ogni qual volta vogliamo risolvere un problema complesso.

Da bravi Ignoranti finiamo solo per peggiorarlo ed amplificarlo, facendo nient altro che negare ciò su cui si basa la nostra (sempre più precaria) convivenza.

Inutile dire che a giocare un ruolo centrale non è solo il nostro imbarazzante provincialismo culturale e la nostra propensione alla vergognosa deriva criminosa (quando camorra, quando cosa nostra, quando 'ndrangheta), ma anche alla scandalosa inettitudine ed approssimazione con la quale l' informazione da una parte, gli amministratori dall' altra, gestiscono queste questioni che hanno bisogno di tutto, meno che di questo.

"Le strade dell Odio" di Marco Imarisio

All’inizio è soltanto una colonna di fumo, un segnale che nessuno collega allo sciame di motorini che attraversano sparati l’incrocio di via Argine, due ragazzi in sella a ogni scooter.

L’esplosione arriva qualche attimo dopo, sono le bombole del gas custodite in una baracca avvolta dal fuoco. Le fiamme arrivano fino all’estremità dei pali della luce, il fumo diventa una nuvola nera e tossica, gonfia com’è di rifiuti e plastica che stanno bruciando. Le baracche dei Rom di via Malibrand sono un enorme rogo.

Ponticelli, ore 13.30, la resa dei conti con gli «zingari» è definitiva, senza pietà. Il traffico che impazzisce, il suono delle sirene, i camion dei pompieri, carta annerita che volteggia nell’aria, i poliziotti di guardia all’accampamento che si guardano in faccia, perplessi. Loro stavano davanti, quelli con il motorino sono arrivati da dietro. Allargano le braccia, succede, non è poi così grave, tanto i rom se n’erano andati nella notte. «Meglio se c’erano», si rammarica un signore in tuta nera dell’Adidas. «Quelli dovrebbero ammazzarli tutti». Parla dall’abitacolo della sua Punto, in bella evidenza sul cruscotto c’è un santino, «Santa Maria dell’Arco, proteggimi».

Il primo spettacolo, perché ce ne saranno altri, va in scena davanti alla Villa comunale, l’unica oasi verde, con annessa pista ciclabile, di questo quartiere alla periferia orientale di Napoli, dove l’orizzonte è delimitato dalle vecchie case popolari figlie della speculazione edilizia voluta da Achille Lauro. Un uomo brizzolato con un giubbotto di jeans sulle spalle è il più entusiasta. «Chi fatica onestamente può anche restare, ma per gli altri bisogna prendere precauzioni, anche con il fuoco». Il fuoco purifica, bonifica il terreno «da queste merde che non si lavano mai», aggiunge un ragazzo con occhiali a specchio, capelli impomatati, maglietta alla moda con il cuore disegnato sopra, quella prodotta da Vieri e Maldini. Siccome non c’è democrazia e lo Stato non ci protegge, dice, «la pulizia etnica si fa necessaria» e chissà se capisce davvero il significato di quella frase.

Quando si fanno avanti le televisioni, la realtà diventa recita, si imbellisce. Il donnone con la sporta della spesa che un attimo prima batteva le mani e inveiva contro i pompieri — «lasciateli bruciare, altrimenti tornano»—assume di colpo la faccia contrita, Madonna mia che disastro, poveracci, meno male che là dentro non ci stanno le creature. Il ragazzo con gli occhialoni a specchio diventa saggio all’improvviso: «Giusto cacciarli, ma non così». La telecamera si spegne, lui scoppia a ridere. Sotto a un albero dall’altra parte della strada c’è un gruppo di ragazzi che osserva la scena. Guardano tutto e tutti, nessuno li guarda. Sembrano invisibili. I loro scooter sono parcheggiati sul marciapiede. Il capo è un ragazzo con una maglietta nera aderente, i capelli tagliati cortissimi ai lati della testa. Tutti i presenti sanno chi è, ne conoscono con precisione il grado e la parentela. È uno dei nipoti del cugino del «sindaco » di Ponticelli, quel Ciro Sarno che anche dal carcere continua ad essere il signore del quartiere, capo di un clan di camorra che ha fatto del radicamento nel quartiere la sua forza. Quando vede che la confusione è al massimo, fa un cenno agli altri. Si muovono, accendono i motorini. Dieci minuti dopo, dal campo adiacente, quello di fronte ai palazzoni da dodici piani chiamati le Cinque torri, si alza un’altra nuvola di fumo denso e spesso. L’accampamento è delimitato da una massicciata di rifiuti e copertoni. Sono i primi a bruciare, con il fumo che avvolge le case popolari. La claque si sposta, ad appena 200 metri c’è un nuovo incendio da applaudire. I ragazzi in motorino scompaiono.

La radio di una Volante informa che ci sono fiamme anche nei due campi di via Virginia Woolf, al confine con il comune di Cercola. Sul prato bagnato ci sono un paio di rudimentali bombe incendiarie. I rom sono scappati in fretta. Nelle baracche ci sono ancora le pentole sui fornelli, gli zaini dei bambini. All’ingresso di una di queste abitazioni in lamiera e compensato, tenute insieme da una gomma spugnosa, c’è un quadro con cornice che contiene la foto ingrandita di un bimbo sorridente, vestito da Pulcinella. Florin, carnevale 2008, la festa della scuola elementare di Ponticelli. Alle 14.50 comincia a diluviare, una pioggia battente che spegne tutto. «Era meglio finire il lavoro», dice un anziano mentre si ripara sotto ad una tettoia della Villa comunale.
Mezz’ora più tardi, nel rione De Gasperi si vedono molte delle facce giovani che salivano e scendevano dai motorini. È il fortino dei Sarno, un grumo di case cinte da un vecchio muro, con una sola strada per entrare e una per uscire, con vedette che fingono di leggere il giornale su una panchina e invece sono pagate per segnalare chi va e soprattutto chi viene.
Ma questa caccia all’uomo non si spiega solo con la camorra.

Sarebbe persino consolante, però non è così.

Sotto al cavalcavia della Napoli-Salerno ci sono gli ultimi tre campi Rom ancora abitati. Dai lastroni di cemento dell’autostrada cadono fiotti di acqua marrone sulle baracche, recintate da una serie di pannelli in legno. Un gruppo di donne e ragazzi che abita nelle case più fatiscenti, quelle in via delle Madonnelle, attraversa la piazza e si fa avanti. «Venite fuori che vi ammazziamo», «Abbiamo pronti i bastoni». La polizia si mette in mezzo, un ispettore cerca di far ragionare queste donne furenti. Siete brava gente, dice, la domenica andate in chiesa, e adesso volete buttare per strada dei poveri bambini? «Sììììì» è il coro di risposta.

Dai pannelli divelti si affaccia una ragazza, il capo coperto da un foulard fradicio di pioggia. Trema, di freddo e paura. Quasi per proteggersi, tiene al seno una bambina di pochi mesi. Saluta una delle donne più esagitate, una signora in carne, che indossa un giubbino di pelo grigio. La conosce. «Stanotte partiamo. Per favore, non fateci del male ». La signora ascolta in silenzio. Poi muove un passo verso la rom, e sputa. Sbaglia bersaglio, colpisce in faccia la bambina. L’ispettore, che stava sulla traiettoria dello sputo, incenerisce con lo sguardo la donna. Tutti gli altri applaudono. «Brava, bravissima».
Avanti verso il Medioevo, ognuno con il suo passo.

giovedì 15 maggio 2008

Solo la cultura del rispetto ci può salvare

Versione stampabile


di Gennaro Carotenuto
(Professore e ricercatore di Storia del Giornalismo e Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università di Macerata)


da Giornalismo partecipativo

Se sarà confermato così come lo raccontano il fatto di cronaca di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, è andata alla maniera del più classico femminicidio: lei, Lorena, 14 anni, era rimasta incinta e il padre del suo bambino, 15 anni, ha chiamato due amici, 16 e 17 anni.

L’hanno eliminata strangolandola e l’hanno fatta sparire buttandola in fondo ad un pozzo con una pietra al collo, perchè il suo corpo non risalisse.

Questa la straordinaria crudezza di un caso uguale a tanti nell’incontro/scontro tra sessismo arcaico e sessismo moderno usa e getta.

Così usa e getta, oltretutto lei bambina siciliana, uccisa da ragazzi siciliani, da meritare a stento uno spazio tra i titoli in cronaca.

A poco serve notare che se i suoi assassini fossero stati stranieri saremmo oggi ossessivamente bombardati da ogni dettaglio macabro e avremo il fiammante Presidente della Camera, Gianfranco Fini, col suo trench stile Bogart, in pellegrinaggio alla sommità del pozzo dove hanno gettato la povera Lorena e saremo aiutati dalle parole coraggiose di Walter Veltroni, nel rompere i tabù della sinistra ed invocare legge e ordine.

La sorte di Lorena è quella delle ragazze di Ciudad Juárez, in Messico, vittime della modernità neoliberale, vittime dell’aver voglia e diritto di uscire di casa in una società colpevolmente impreparata ad accettare la loro presenza al di fuori della sfera casalinga.

La sorte di Lorena è quella delle ragazze nigeriane uccise e buttate in giro per il Norditalia dai loro clienti dopo averle usate, che meritano una breve in cronaca o neanche quella a volte. A chi importa di una puttana negra?

La sorte di Lorena è quella delle mille Barbara Cicioni, la ragazza di Perugia incinta di nove mesi, massacrata di botte dal marito e per la quale un giudice preistorico dispose l’esame del DNA sul feto per vedere se quel marito non avesse avuto qualche buon motivo (nell’Italia di Pietro Germi le chiamavamo corna) per ammazzarla.

La sorte di Lorena è quella di una società che corre con una gamba che va avanti e un’altra che va indietro. Corre e inciampa, corre e cade rovinosamente, e quando si rialza non vuol capire che è quella sua corsa impossibile, sgraziata, a farla cadere.

Inciampa da sola, cade da sola e cerca sempre colpevoli esterni, gli ebrei del caso, i meridionali, i negri, gli immigrati, i rom, i romeni, il nemico, per cadere ancora più rovinosamente.

Hanno un bel dire che le “nostre donne” (nostre?) debbano temere i romeni stupratori.

I politici che lo affermano sono in malafede. Mentono e sanno di mentire come affermano tutti i dati, quelli del Ministero dell’Interno e quelli della Caritas a dispetto dei falsificatori di professione, Gianni Riotta ed Emilio Fede che lavorano instancabilmente per ingannare l’opinione pubblica e preparare il terreno ai pogrom.

Pogrom dopo i quali, anche se avessimo espulso fino all’ultimo rom, fino all’ultimo romeno, fino all’ultimo extracomunitario, mille Lorena e mille Barbara continuerebbero a morire come a Juárez in quel Messico lontano che la società italiana percepisce falsamente come più arretrato e che forse è solo più moderno.

Verso il fidanzatino quindicenne che uccide perchè non ha più la dignità arcaica di “riparare” ma non ha nemmeno (ancora?) una sensibilità moderna di rispetto e concepisce l’eliminazione fisica del problema, come da copione di diecimila telefilm con i quali è stato bombardato dalla nascita, verso il marito picchiatore che instaura in casa la legge della giungla, verso il ragioniere che va a puttane e si sente libero di prendere loro anche la vita, non c’è pacchetto sicurezza che tenga, non ci sono leggi speciali, rotture di Schengen che servano e non c’è ronda che salvi.

Per quanto arduo e di lunga durata possa apparire c’è solo la cultura che ci può salvare. Se ancora ci si può salvare.

Non l’alta cultura, ma la cultura della vita, del rispetto dell’altro, dell’altro donna in questo caso, ma anche dell’altro lavoratore senza diritti, o mille altri esempi.

Ovunque ci sia una possibilità di istaurare un rapporto gerarchico (anche solo per forza fisica come avviene tra uomo e donna), un rapporto verticale tra forte e debole, questo va criticato, deve essere oggetto di riflessione e bisogna lavorare per abbattere tale gerarchia.

Sta venendo il momento di fare le nostre ronde, ma diverse dalle loro. Sta venendo il momento del non chiuderci più in casa, ma dell’uscire e tessere reti, non con i nostri simili, ma con quelli che la pensano diversamente da noi.

Altrimenti il modello di società che è alla base di questa corsa sgraziata travolgerà tutti noi.



Thanks to: UGUALE PER TUTTI

mercoledì 14 maggio 2008

Qualcosa si sta muovendo?

Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Simone Luerti ha annunciato che si dimetterà dal suo incarico. Un gesto legato alle polemiche seguite alla notizia di un suo incontro con l'imprenditore calabrese Antonio Saladino, coinvolto nell'inchiesta «Why not» che fu portata avanti, prima dell'avocazione, dal pm di Catanzaro Luigi De Magistris.

Le dimissioni di Luerti saranno formalizzate il prossimo sabato innanzi al comitato direttivo centrale dell'Anm: lo ha reso noto lo stesso Luerti parlando con i cronisti al termine della riunione della giunta dell'Anm che si è appena conclusa a Piazza Cavour.


Non perdiamo di vista la vicenda, perchè dietro vi è una delle cause principali del nostro "malessere Istituzionale".

Piano piano qualcosa verrà a galla.


Ps: Con De Magistris (e Travaglio) l' appuntamento è il 20 maggio alla Leopolda di Pisa!

Sono La Ministra Più Bella Del Mondo!

Mara Carfagna, è diventata Ministro delle Pari Opportunità in questa nuova legislatura guidata da Berlusconi (dichiarata la ministra più bella del mondo, e decisamente li possiamo dare ragione). Dopo un passato da soubrette, valletta televisiva, conduttrice e pseudo Miss Italia, vedremo un pò se da politica riuscirà a fare meglio di quanto fatto in passato...

L'importante è come sempre essere di parola...

"No, io non mi spoglio. Sono timida, credo in certi valori"

Ahhhhhhhhh.... di parola!

lunedì 12 maggio 2008

L' inizio della fine



Mi preme far mie delle osservazioni di Riccardo Castagneri

Il clamore suscitato dalle esternazioni di Marco Travaglio su Renato Schifani e la reazione dell'opinione pubblica, meritano alcune osservazioni. Nessuno si erge a difensore del giornalista torinese, che peraltro si difende benissimo da solo, ma una cosa va detta con chiarezza: quanto affermato da Travaglio è assolutamente vero.
Che poi si possa non essere d'accordo sulla forma e con i commenti espressi, è del tutto lecito.

Però nella ridda di urla, non voci, ma vere e proprie urla, che si sono levate contro Travaglio ed a difesa del Presidente del Senato, non si registrano ammissioni circa la veridicità della notizia.
Che non era neppure uno scoop, a parte il libro di Abbate e Gomez, qualsiasi cronista che si sia occupato di giudiziaria nell'ambito di Cosa Nostra, o abbia avuto frequentazioni con la procura di Palermo, era al corrente della vicenda dei soci, quantomeno imbarazzanti di Schifani e della Sicula Brokers.

Uno di questi era Giuseppe Lombardo, amministratore di alcune società dei cugini Nino ed Ignazio Salvo, condannati per reati mafiosi. Ancora un socio, Benny D'Agostino, ammise di essere amico del boss Michele Greco, detto il Papa.
Nino Mandalà, invece era mafioso in prima persona, essendo capo del mandamento di Villabate e risultato in seguito uno dei principali favoreggiatori della latitanza di Bernardo Provenzano.

Un pentito, Francesco Campanella, tira in ballo Renato Schifani per un'altra storia, una consulenza urbanistica in favore del Presidente del Senato, relativa al comune di Villabate.
Due cose vanno dette: Schifani ha querelato Campanella per queste affermazioni ed il consiglio comunale di Villabate è stato sciolto nel 1999 per infiltrazioni mafiose.

Mai comunque Renato Schifani è stato ufficialmente coinvolto in vicende giudiziarie. E' vero che alcuni tra i suoi vecchi soci sono stati dichiarati colpevoli di reati di mafia solo diciotto anni dopo quegli eventi, è però altrettanto vero che questo è un Paese che tende a rimuovere la memoria.

Quindi sarebbe opportuno ricordare sempre le parole di Paolo Borsellino "Quando i magistrati non trovano elementi di prova concreti a carico di un uomo pubblico, non significa che questo non sia moralmente ed eticamente estraneo ai fatti. Però la magistraura deve archiviare, assolvere, perchè gli elementi acquisiti non sono sufficienti a sostenere fino in fondo un'accusa. Allora in un Paese civile dovrebbero intervenire la politica e le altre istituzioni a fare pulizia".
__

Marco Travaglio si è limitato a raccontare un fatto che riguarda la biografia di Renato Schifani.

Invece Schifani e colleghi (di destra e di sinistra) cosa fanno?Diffamano e calunniano, dando anche del "pettegolezzo" a fatti incontrovertibili che Travaglio si è solo limitato a riportare.
"Pettegolezzi" che sono costati una vita sotto scorta a Lirio Abbate.

C'è da domandarsi infine, come dice Bartolo, perchè non ci si sorprende che una persona con il ruolo politico di Schifani, che alcuni ritengono per altro essere di alta levatura morale, non sia intervenuto nella faccenda Travaglio, per dire: "è vero, mi è capitato di essere in affari o di frequentare persone poco raccomandabili, ma vivo in Sicilia, dove il cancro mafioso dilaga e a volte a farne le spese sono anche le persone oneste. Può capitare, quindi, a tanti come è successo a me di esserne vittime inconsapevoli. Da Vice Presidente della Repubblica, per questo, chiedo scusa agli italiani e giuro loro, solennemente, che il mio impegno in questo delicato ruolo sarà per la maggior parte dedicato allo sradicamento di questo male che ha reso deforme parte del mio Paese. Infine, Grazie a Travaglio che ricordandovi questo episodio, mi permette di informarvi di queste mie inderogabili intenzioni.”?


-profilo di Schifani tratto da Se li conosci li eviti-

domenica 11 maggio 2008

Peppino e quei 100 passi...

100 passi separavano le vostre case; abitavi a 100 passi dalla casa del tuo esecutore, a 100 passi dalla morte...


Scena tratta dal film "I cento passi" molto bello


"La mafia è una montagna di merda"

Con queste parole Peppino Impastato si è sempre battuto nella sua lotta alla mafia.

La notte tra l'8 e il 9 maggio 1978, Peppino, giornalista, attivista antimafia ed ex militante di Democrazia proletaria, veniva assassinato dagli uomini di Gaetano Badalamenti detto "Don Tano"o "u'zu Tanu", capomafia nella città di Cinisi (Sicilia). Badalamenti fu uno dei rifondatori della Cupola Mafiosa intorno al 1970, insieme ad i vari Stefano Bontade e i boss Corleonesi: prima Luciano Liggio poi Salvatore Riina il quale rappresentava la famiglia di Corleone.

Peppino nel 1978 si candidò alle elezioni comunali nelle fila di Democrazie Proletaria, ma purtroppo morirà prima delle elezioni, qualche giorno dopo l'esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi. Impastato venne ucciso con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo, simbolicamente, al Consiglio comunale. Infatti, il 14 maggio del 1978 Peppino fu eletto consigliere comunale con 260 voti e la lista Democrazia Proletaria conseguì il 6%: fu la prima volta che gli elettori votarono un morto.

Dove sarebbe arrivata oggi la tua battaglia non lo potremo mai sapere, ma sicuramente hai dato il "LA" alla lotta contro la mafia... Grazie...


A te Peppino, a te che ci hai insegnato che bisogna ribellarsi a questa merda...

sabato 10 maggio 2008

L' Italia in balia, I parte

Malcontenti, lamentele, voglia di cambiamento.

Queste oramai sono sensazioni comuni nel nostro paese..Parole ricorrenti (e ridondanti), sintomo di un malessere che c'è, è vivo e non da segni di miglioramento.

Ho ritenuto per questo opportuno iniziare un viaggio dentro questa "mucillagine" ripiegata su se stessa che è il nostro paese e, per cercare di delineare più precisamente il problema, ho deciso di inquadrandolo da più prospettive.

L' intento non è tanto quello di ricostruirne la causa (per quello abbiamo tutti un bello specchio in casa), ma piuttosto quello di dar modo al lettore di addivenire ad una visione di insieme sulla questione, così da potersi costruire autonomamente una opinione in merito e, magari, agire di conseguenza.

Iniziamo dalla realtà infrastrutturale del nostro paese.

Tutte le cose che crescono hanno bisogno di adeguamenti che gli consentano di svilupparsi.

In natura c'è chi cambia pelle, chi forma.Noi uomini cambiamo ad esempio, vestiti e scarpe mano a mano che ci sviluppiamo.

Il paese invece cambia le "Infrastrutture".

Queste niente altro sono che "L' insieme di impianti pubblici e di beni materiali al servizio della collettività (ad es. strade, acquedotti, scuole, ospedali, ecc.) che non producono direttamente reddito ma costituiscono la base per lo sviluppo economico e sociale di un paese"

Insomma, dimmi che infrastrutture hai e ti dirò non solo chi sei, ma anche dove andrai.

Da 6^ Giornata dell’Economia - Rapporto Unioncamere 2008 [Focus infrastrutture]

Il gap di dotazione rispetto all’Europa ed il divario interno
Il ritardo infrastrutturale italiano è fortemente cresciuto in questi ultimi 15 anni, e soprattutto negli ultimi 5.

La rete autostradale
Nel 1980 avevamo una rete più estesa della Francia, lunga tre volte quella della Spagna. Oggi la rete francese supera la nostra del 65% e quella spagnola del 75%! Non solo: tra il 2000 ed il 2005 in Italia abbiamo aperto 64 chilometri di autostrade, contro i 1.035 della Francia e i 2.383 della Spagna.

L’alta velocità
La Francia possiede ben 1.893 Km di linee ad alta velocità, seguita dalla Spagna con 1.552, dalla Germania con 1.300; mentre l’Italia, con soli 580 Km, possiede attualmente una dotazione superiore solamente a quella del Belgio (120), e del Regno Unito (113).

La rete metropolitana
Nel nostro Paese i km di binari presenti su tutto il territorio sono 230, quando Madrid, da sola, ne ha 310, Parigi 213, Berlino 152, Stoccolma 100, Barcellona 105, per non parlare dei 408 km di Londra.

Le risorse

Il ritardo infrastrutturale, almeno negli ultimi anni, non deriva da una questione di risorse. Negli ultimi quattro anni, e nonostante la frenata 2005 e 2006, si sono spesi, in Italia, in opere del genio civile 163 miliardi di euro, come la Francia, poco meno dei 175 miliardi della Germania, mentre solo la Spagna ha investito di più (204 miliardi).
Ma l’Italia mostra una particolarità: investiamo molto in manutenzione straordinaria, anziché nelle nuove opere. Solo il 46% degli investimenti in opere del genio civile del 2006 è andato per opere di nuova realizzazione, contro il 67,5% della Francia e l’82,2% della Spagna. Il nostro paese negli anni 2000 ha dunque speso molto ma la quota di risorse che va alle nuove opere è decisamente inferiore a quella degli altri paesi europei.

Il divario Nord - Sud
Gli indicatori di dotazione infrastrutturale elaborati dall’Istituto Tagliacarne documentano il persistere di forti differenziali territoriali.
Le prime provincie per indice di dotazione stradale sono tutte in Italia settentrionale (Savona, Vercelli, Novara, Alessandria e Imperia). Nella classifica, la prima provincia dell’Italia centrale che compare è Frosinone al 7 posto; mentre del sud Italia è Teramo al 10. Situazione similare si rileva osservando l’indice di dotazione ferroviario.

L’urgenza di un drastico recupero
I cambiamenti e le modifiche degli assetti geopolitici ed economici hanno attivato processi che stanno imprimendo anche al comparto dei trasporti un’accelerazione impensabile fino a pochi decenni fa. Esempio di questa trasformazione è il cambiamento in atto nelle rotte marittime: lo sviluppo delle economie del Far East ha ridato centralità al Mediterraneo e questo nuovo baricentro potrà essere ulteriormente rafforzato dalla promozione di una zona di libero scambio euromediterranea.
Il nuovo assetto dei traffici vedrà servito il mercato del Centro Europa, oltre che da Nord, anche da Sud e le previsioni sulla crescita del mercato mondiale dei contenitori convergono su un raddoppio dei volumi movimentati (previsioni al 2015). Si aprono pertanto importanti opportunità per i porti italiani - soprattutto quelli del Mezzogiorno - che devono però essere colte in tempo, mettendo in atto gli investimenti necessari per fronteggiare la competizione dei porti europei ed in primis di quelli spagnoli.
In alcuni casi basterebbero piccoli investimenti: a Taranto il completamento di 30 km di rete autostradale, insieme alle nuove infrastrutture ferroviarie ed agli imprescindibili lavori di dragaggio che modificano la qualità di accesso al porto, consentirebbero di rendere più competitiva tale struttura, metterla in rete con gli altri porti e con le aree industriali di Bari e Brindisi, con ricadute positive per tutta l’Italia meridionale.
Ma occorre uscire dall’equivoco del Mezzogiorno come piattaforma logistica distributiva (c’e’ gia’) e puntare invece sullo sviluppo di aree retroportuali capaci di garantire indotto economico e crescita occupazionale.
Sull’intermodalita: occorre attrezzare adeguatamente i nodi logistici, ottimizzando l’esistente attraverso progetti dedicati alle filiere produttive. Credo che le Camere di Commercio possano, qui, rivestire un ruolo unico nell’individuare la collocazione strategica dei punti di scambio delle merci su cui concentrare maggiormente gli investimenti. Investimenti “intelligenti”, che creino, cioè, piattaforme logistiche di scambio ma a forte valore aggiunto. Un container in transito crea un fatturato di 300 €, ed un beneficio per lo Stato di circa 110, creando 5 soli posti di lavoro per ogni 1000 container. Invece, se la merce che contiene venisse sdoganata, lavorata e distribuita, il fatturato salirebbe a circa 2300 € per container e il beneficio per lo Stato a oltre 1000. L’occupazione crescerebbe a circa 42 posti di lavoro ogni 1000 container.
Da ultimo il trasporto cargo aereo. Un settore che sfiora il milione di tonnellate all'anno, circa un 1/3 di quello del maggiore aeroporto mondiale ed a poco più del 40% del principale aeroporto cargo europeo. Malpensa si qualifica di gran lunga come il principale aeroporto nazionale per il cargo (480.000 tonnellate di merce nel 2007 con un crescita del 68% in 6 anni), registrando negli ultimi 3 anni una crescita superiore a quella di Francoforte, ma non sembra per ora emergere ne’ dal governo centrale, ne’ da quelli locali, alcuna strategia volta a disegnare una gerarchia fra gli scali cargo esistenti.

La consapevolezza delle Camere: oltre i localismi
C’è ormai una visione generale che va oltre quei localismi che hanno finora contribuito a frenare lo sviluppo delle infrastrutture. Abbiamo chiesto a tutte le Camere di Commercio quali opere infrastrutturali fossero ritenute prioritarie. Naturale il fatto che le risposte abbiano messo in prima evidenza le opere presenti sul territorio; ma molto positivo è il fatto che anche infrastrutture molto lontane siano state giudicate urgenti e importanti. La Salerno - Reggio Calabria è stata indicata come altamente prioritaria da Camere di regioni settentrionali (Veneto, Piemonte e Liguria) così come Camere meridionali hanno indicato prioritarie le opere per l’accessibilità a Malpensa, la Bre.Be.Mi., la Tangenziale esterna di Milano e l’Autostrada Torino-Trieste.
___

Non interessa, in questa sede, analizzare le possibili vie d' uscita (le stesse camere individuano due linee d azione in porposito di cui potrete prender cognizione direttamente dal loro sito).

Invece, come in un museo, quello che mi preme è che si osservi, si pensi, si ragioni e ci si interroghi sui perchè.

Nel prossimo capitolo andremo avanti con questa panormaica.

venerdì 9 maggio 2008

Aldo Moro... 30 Anni Dopo

30 anni fa, il 9 maggio 1978 Aldo Moro, dopo 55 giorni di prigionia veniva giustiziato da per mano di Mario Moretti, uno dei massimi dirigenti delle Brigate Rosse. Fu rapito il 16 marzo dello stesso anno, giorno della presentazione del nuovo governo guidato da Giulio Andreotti. L'auto sulla quale viaggiava l'ex presidente del Consiglio venne intercettata in via Mario Fani da un commando delle Brigate Rosse. In pochi secondi, i terroristi uccisero la scorta e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.

Luci ed ombre sono presenti sul Caso Moro, e ancora oggi dopo 30 anni sorgono dubbi e soprattutto sorgono tanti "perchè". L'unica certezza sul movente è quella che trovava in Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, un favorevole alleato ad un ingresso del PCI al governo in Italia. Data la concreta possibilità come futuro candidato alla Presidenza della Repubblica (una sua elezione avrebbe consentito la realizzazione del compromesso storico tra DC e Partito comunista), in molti (Moretti in primis) riscontrarono in Moro il fautore, o meglio, l'unico fautore, l'unica mano per il quale questo accordo potesse essere attuato. Seguendo la "politica" delle BR, cioè non quella di effettuare stragi, ma quella di colpire nemici mirati, Aldo Moro venne rapito e poi assassinato in fede a queste credenze. Fu lo stesso Moretti, per sua stessa ammissione colui che ha progettato, eseguito, gestito il sequestro di Moro. E' stato colui che l'ha ucciso fisicamente sparandogli a bruciapelo con un mitra nel portabagagli di una Renault 4, dove l'onorevole Aldo Moro fu fatto accovacciare, e che poi sara' portata a meta' strada fra piazza del Gesu' (sede della DC), e via delle Botteghe oscure (sede del PCI), con un evidente significato simbolico (l'alleanza di governo tra DC e PCI che era stata voluta e perseguita dall'onorevole Aldo Moro in accordo col segretario comunista Berlinguer.)

Adesso Moretti è in libertà condizionata dal 1994, nonostante la condanna a 6 ergastoli, ed è attualmente coordinatore del laboratorio di informatica della Regione Lombardia, stipendiato da 14 anni da quella pubblica amministrazione che egli voleva un tempo distruggere.





Ma oggi purtroppo nessuno ricorda quest'uomo... colpa della scuola, delle famiglie, dei ragazzi che pensano solo a quello che gli viene spiattellato in tv senza un'interesse vero per quello che era il loro stesso paese anni fa...

Beccatevi questa branca di ignoranti...

Vi lascio con le ultime parole di Aldo Moro, poche righe della sua ultima lettera alla famiglia recapitata il 5 maggio 1978...

Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca).

Questi link di due video contengono l'intervista a Franco Bonisoli, Membro del Direttivo delle Br.

Prima parte http://it.youtube.com/watch?v=FIF8P3z3RPA&feature=related

Seconda parte http://it.youtube.com/watch?v=Iyw_OKMhQkg&feature=related

giovedì 8 maggio 2008

Il peso delle parole


Chiede "una pena esemplare [...]" per il ventenne rumeno, fermato a Civitavecchia, che ha confessato di aver ucciso i coniugi Meche. Poi ribadisce l'idea della pena di morte: "Se può servire da deterrente - ha detto il primo cittadino - ben venga".

In quattro parole ha demolito secoli di evoluzioni sociali, filosofiche e scientifiche.

Un aperitivo di ciò che ci aspetta con al governo persone che espongono simili manifesti

"Il Sonno della Ragione Genera Mostri", come ci insegnò Goya più di 200 anni fa.

Di Mostri il primo cittadino di Sora ne ha generati troppi, con troppe poche parole.Una Mostruosa esibizione di inefficenza cognitiva e di relativa irresponsabilità Istituzionale.

Certo, la cronaca non è nuova a simili paesanate, espresse quando dall' uno, quando dall' altro PRIMO CITTADINO (rabbrividisco a pensare cosa riesca a fare l' ultimo) della qualsivoglia cittadina.

Questo, tra l' altro, è uno dei più ricorrenti e, se vogliamo, meno scandaloso alle nostre orecchie.

La ragione è semplice: Non ne cogliamo tutte le implicazioni.

Da quando le Istituzioni esistono per salvaguardarci e aiutarci nel nostro sviluppo personale ed interpersonale (ossia da quando non sono strumenti in mano di un tiranno per la conservazione violenta ed autoritaria del proprio potere assolutistico), si sono palesati dei principi di Giustizia fondamentali non solo in termini umanistici, ma anche utilitaristici e funzionali:

_Proporzionalità della pena con il fatto commesso
_Personalità della responsabilità penale

Il primo, noto fin dai tempi di Beccaria, afferma (anche) una insindacabile esigenza di proporzionalità tra la pena ed il fatto commesso.

Il secondo afferma la supremazia della persona umano su qualsivoglia fine perseguito dal detentore del potere politico del momento e, serve ad esigere che a rispondere di un Reato sia la PERSONA , nella sua valenza interna ed esterna.Ciò implica che un soggetto risponderà solo del reato da lui commesso e solo nella sua oggettiva (lesione di interessi&Co.)e soggettiva (Elemento del dolo e della colpa &Co) gravità.

Bandisce, in parole poveri, ogni possibile strumentalizzazione della persona umana per fini (in questo caso general preventivi) che non gli sono propri e che non hanno nulla a che vedere con la punizione per il fatto commesso.

Fini che, qualora prevalessero, concorrerebbero all elaborazione di un sistema che non sarebbe più di Giustizia (Ossia teso a tutelare il cardine sociale-relazionale della società), ma di rivalsa, nel quale le vicende sanzionatorie sarebbero legate a niente altro che al contingente spirito ricorsivo manifestato dai soggetti incaricati della repressione, finendo per ancorare a criteri di ingiustizia, e in quanto tali meramente arbitrali, l' irrogazione di sanzioni penali (a cui invece sempre bisogna ricorrere come extrema ratio).

Appare quindi come un insanabile parossismo richiedere una pena che sia "esemplare" (e quindi che sia incisiva al di là del fatto e al di fuori di ogni considerazione.Si potrebbe addirittura evitare il processo) e allo stesso tempo "certa" (la pena non può esser tale se non è ancorata al fatto commesso e a criteri obiettivi.I consociati non possono orientare le loro condotte con certezza in un sistema che fa dipendere gli esiti repressivi dalla mutevoli percezioni emotivo-allarmistiche di determinate condotte).

Non solo, risulta essere una mostruosità talmente radicale da estirpare le radici stesse di qualsivoglia sistema giudiziario, lasciando la società esposta alle perversioni emotive dei governanti.

E allora via il principio di Proporzionalità (non può trovare ascolto in un sistema irrazionale, dove a seconda del momento storico, un furto può esser punito più severamente di uno stupro), via il principio di retroattività, via qualunque funzione sociale e socializzante della pena (che non funge più da cardine primordiale atto a salvaguardare il tessuto sociale e a tutelarne e garantirne lo sviluppo), vai qualunque criterio di Personalità, via anche il Giudice.

Spazio alle pulsioni delle bocche larghe, spazio alle percezioni allarmanti, spazio all arbitrio.

Spazio alla pena di morte, riconoscimento ultimo della totale assenza di valore e dignità dell' essere umano, sacrificato sull' altare di perverse quanto emotive esigenze para-prevenzionistiche.

Ben venuti nel sistema dell auto distruzione.

Gli epifenomeni come centro delle questioni sociali, in nome di una copertina.

Una copertina dal prezzo altissimo però: La nostra società.

Violenza Gratuita


Ecco un episodio di violenza gratuita made in USA...
3 "sospettati" fermati per un controllo, vengono presi a mazzate da 15 poliziotti, 1 cane e 2 agenti del reparto cinofilo...
Calci, pugni, manganellate... bella bella figura...

E poi un'altra cosa... quasi 20 agenti, 5 o più macchine della polizia utilizzate per cosa?! Per 3 sospettati (che poi è stato affermato che erano innocenti)... Ottimo modo di agire!

domenica 4 maggio 2008

Gli Altarini Si Scoprono


La notte del Primo Maggio a Verona, come tutti avrete sentito, Nicola Tommasoli 29enne veronese, è stato picchiato e ridotto in fin di vita da 5 ITALIANI mentre era per le vie della sua città insieme a 2 amici, solo per non aver dato una sigaretta! Le sue condizioni, apparse subito disperate, restano gravissime ed i medici sono sempre più scettici su eventuali risvolti positivi...

Il ragazzo, pestato a calci e pugni (PER NON AVER OFFERTO UNA SIGARETTA) è in coma e la situazione è drammatica... Nel reparto di terapia intensiva dell'ospedale di Borgo Trento Nicola sta ancora lottando contro la morte. Momenti di angoscia per i genitori che sono al suo capezzale chiusi assieme agli amici più cari in una stanza accanto al figlio. «Sono realista non voglio illudermi - dice il papà Luca che si aggrappa a ogni flebile speranza -. I medici dicono che c'è stata una piccola ripresa poi rientrata. Non so che pensare». Da lunedì mattina, si è appreso da fonti ospedaliere, inizierà il periodo d'osservazione per dichiararne la morte cerebrale.

Oggi in giornata, un 19enne si è costituito ed ha confessato di essere coinvolto nell'aggressione. E' un ultrà neofascista, pare appartenente al gruppo "Fronte Veneto Skinheads". Il giovane a quanto risulta alla polizia, è già stato responsabile di aggressioni a sfondo razzista e violenze negli stadi. Il 19enne, che apparterrebbe ad una famiglia benestante della città, si è costituito presso la Digos di Verona dopo che i poliziotti avevano di fatto stretto il cerchio attorno a lui. Accompagnato da un avvocato di fiducia, il ragazzo ha così confessato davanti ai magistrati. In passato era stato sottoposto a Daspo, ovvero il divieto di accedere a manifestazioni sportive, previsto proprio dalle norme studiate ad hoc contro la violenza negli stadi. Dopo essere stato sentito è stato trasferito in carcere.

Il gruppetto, appartenente all'area dell'estrema destra veronese, sarebbe costituito tutto da giovani coetanei, intorno ai 20 anni. I due che sono riusciti a sottrarsi per il momento alla cattura, sempre secondo le stesse fonti, sarebbero fuggiti all'estero probabilmente in automobile.

"Di certo non voleva uccidere e si sarebbe trattato di una lite degenerata". E' questa la tesi riferita all'agenzia Adkronos da legale del giovane 19enne, sulla cui identità gli investigatori mantengono il massimo riserbo. Si attende un nuovo interrogatorio, ha spiegato il legale, e sopratutto la contestazione del reato; l'accusa infatti potrebbe sfociare in omicidio volontario o preterintezionale qualora Tommasoli, per le gravi ferite riportate, non ce la faccesse a sopravvivere. Il legale ha poi detto che i genitori del giovane che si è costituito sono affranti. Secondo l'avvocato «ci troviamo davanti ad una vicenda che ha piu vittime, la situazione è drammatica e i genitori dobbiamo tutelarli: sono distrutti da questa situazione che è spaventosa». Il ragazzo, che frequenta regolarmente il liceo classico, avrebbe riferito agli inquirenti di essere stato lì al momento della rissa (bollata come banale litigio) e per questo motivo si è presentato.

I tre aggressori individuati dalla polizia, il cui obiettivo era la «caccia al diverso». Nell'indagine chiusa un anno fa dalla Digos scaligera, che ha portato alla denuncia di 17 ragazzi tra i 17 e i 25 anni, è infatti emerso che le vittime della banda non erano solo extracomunitari ma tutti coloro che in qualche modo venivano visti come non omologabili con le loro idee. A conferma di ciò, le indagini avevano consentito di accertare violenze nei confronti di un giovane che indossava una felpa del Lecce e di due ragazzi appartenenti al centro sociale «Chimica», aggrediti a colpi di spranga. Ancora, la banda sarebbe stata responsabile di un'aggressione ad un giovane seduto sulle scalinate di piazza Erbe, colpevole di danneggiare l'immagine di Verona 'città di classe'. Nel corso delle perquisizioni effettuate un anno fa nelle abitazioni degli indagati, la polizia trovò cinghie, manganelli telescopici ma anche cassette video e dvd che contenevano immagini di pestaggi e documenti e materiale del «Fronte veneto skinheads».
L'accusa contestata dalla procura di Verona ai 17 giovani individuati dalla Digos un anno fa, fu di associazione a delinquere finalizzata alle lesioni personali e alla violazione della legge Mancino contro la discriminazione razziale, etnica e religiosa. All'inizio delle indagini, gli investigatori pensavano che gli episodi fossero riconducibili a scontri tra le opposte tifoserie; con il prosieguo degli accertamenti, però, si è scoperto che la banda premeditava le aggressioni nei confronti di chi aveva stili di vita diversi a prescindere dalla sua fede calcistica. E ad unire il gruppo era la volontà di compiere gesti di violenza gratuita. La caccia al diverso, è emerso dalle indagini, iniziava in alcuni locali del centro storico di Verona frequentati il fine settimana da giovani. In queste occasioni, secondo investigatori ed inquirenti, la banda andava volutamente alla ricerca dello scontro nei confronti di chi aveva stili di vita diversi. E dunque, le aggressioni e i pestaggi non erano solo contro chi era diverso per il colore della pelle, per il paese di provenienza o per posizioni politiche, ma anche semplicemente, contro chi parlava o vestiva in modo diverso dal gruppo.
Il Veneto Fronte Skinheads, per voce del presidente Giordano Caracino, esclude che il ragazzo fermato a Verona per l'aggressione a Tommasoli faccia parte del proprio movimento. «Il ragazzo dalle informazioni che abbiamo, non fa parte del Fvs, non lo conosciamo. Non basta avere i capelli corti, un bomber o avere certe idee per far parte del nostro movimento. Noi prendiamo le distanze in maniera categorica dall'accaduto e dalle persone che l'hanno compiuto. Si fa presto a mettere insieme due nomi e delle sigle per tirare in ballo la nostra associazione». «Stiamo valutando come muoverci per per diffidare chiunque dall'affiancare il nostro movimento al fatto di Verona». Caracino, padovano, è presidente del Veneto Fronte Skinheads dall'ottobre del 2006. Secondo Caracino il movimento di estrema destra conta su alcune centinaia di aderenti.

Episodi del genere non sono poi così isolati come qualcuno crede, forse sarebbe giusto guardare anche nelle proprie tasche qualche volta... soprattutto per una cosa futile come una sigaretta...

Siccome la Lega del caro Bossi ci stà struggendo le palle con questi "immigrati" che sono tutti delinquenti, stupratori, ladri, assassini, e chi più ne ha più ne metta. Forse il caro Umberto dovrebbe pensare prima di sparare a zero su questa gente (a volte è giusto ricordarsi che ci sono anche gli "immigrati" che si spaccano il culo e che fanno i lavori che noi italiani dalle manine delicate non facciamo) che alcuni vecchi saggi dicevano: NON GUARDARE LA PAGLIUZZA NEGLI OCCHI DEGLI ALTRI SE PRIMA NON HAI GUARDATO LA TRAVE CHE HAI NEI TUOI...


(fonte: Il Corriere)
AGGIORNAMENTO: I medici hanno dichiarato celebralmente morto Nicola... I genitori hanno acconsentito all'espianto degli organi... Un abbraccio alla famigla...(scusate ma non ho potuto aggiornare prima)

venerdì 2 maggio 2008

People help the people


Sotto al cielo devoto di Assisi, davanti alla pregevole basilica del povero Francesco, nessun povero potrà piu’ chiedere l’elemosina. Via i mendicanti dalla scalinata, dalla piazza, “dalle adiacenze del luogo di culto”, come recita l’editto del sindaco Claudio Ricci, Forza Italia, che se ne frega del corto circuito appena innescato. Anzi lo rivendica. Dice l’editto: “E’ fatto divieto mendicare nei luoghi pubblici a meno di 500 metri da chiese, luoghi di culto, monumenti, piazze, edifici pubblici”. E’ altresì vietato “sdraiarsi o sedersi a terra in prossimità dei luoghi di culto, monumenti, piazze, e edifici pubblici”.

In uno dei capitoli dei Karamazov, Gesù torna davvero sulla Terra e il capo della Santa Inquisizione si affretta a farlo arrestare per metterlo sotto processo. E’ il capitolo più bello e più profondo del grande romanzo di Dostoevskij. Ma evidentemente anche il meno letto, il meno istruttivo, di questi tempi.

Se Francesco tornasse nei prossimi giorni a Assisi - dove in nome dei poveri e persino della carità ha fondato non solo la sua congregazione, ma anche la sua santità - di sicuro verrebbe circondato e allontanato dai vigili urbani. In quanto nomade incorrerebbe in parecchie altre sanzioni comunali. E sarebbe il signor sindaco in persona a cacciarlo dalla città. Per non disturbare il decoro, si capisce. Il flusso dei fedeli. E il santo commercio di ogni rosario, candela, centrotavola, lumino, immaginetta, soprammobile, acquasantiera, sciarpa, maglietta, cappello dove il Santo parla con gli uccelli, accoglie i lupi. E persino i mendicanti.

Che proprio Assisi li voglia cacciare è qualcosa di più della classica notizia dell’uomo che morde il cane. E’ peggio.

E’ l’uomo che morde l’uomo.

Pino Corrias

giovedì 1 maggio 2008

Ci perdiamo sempre noi


Un marocchino accusato di stupro ai danni di una ragazza di 14 anni della bassa padovana è stato scarcerato per decorrenza dei termini. L'uomo, Samid Abdelghani di 26 anni, è tornato libero perché la segreteria del pm Roberto Lombardi ha notificato la chiusura delle indagini solo a uno dei due difensori dell'extracomunitario.

Il gup Paola Cameran non ha potuto che accogliere la richiesta di nullità del decreto di rinvio a giudizio avanzata dai legali, disponendo per il marocchino l'obbligo di dimora a Lendinara (Rovigo). Come ricordano alcuni quotidiani locali la ragazzina venne aggredita da due stranieri, uno dei quali mai rintracciato, nel tardo pomeriggio del 23 febbraio 2007 in una strada periferica di Este (Padova). Da quanto raccontato dalla giovane l'azione criminale dei due venne disturbata dal passaggio di un'auto che li distrasse permettendo alla quattrodicenne di divincolarsi e fuggire. Qualche settimana più tardi la stessa vittima, in compagnia del padre, riconobbe Samid all'interno di un centro commerciale facendolo arrestare.

Sotto accusa non c'è solo la segreteria del Magistrato..C'è sopratutto la Politica.

Per quanto ancora gli scheletri nell armadio di certi parlamentari ci costringeranno a subire gli eccessi di un sistema dove le garanzie sono distribuite iniquamente e i cavalli giocano un ruolo preponderante?

Sono più di dieci anni che la aspettiamo..Vediamo fino a quanto hanno ancora intenzione di tirare la corda.