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giovedì 12 giugno 2008

Fulmini su Entebbe - L’operazione “Thunderbolt”, 3 luglio 1976

Quello che segue potrebbe essere la trama di un film, magari un bel blockbuster action con protagonista Sylvester Stallone. O magari, potrebbe essere tratto dall’ultimo libro di Ken Follet o di Tom Clancy, presto in tutte le migliori librerie. Ma non è così: ciò che segue non è un’opera di fantasia, ma un fatto vero, accaduto realmente. Ciò che segue è la riprova, semmai ce ne fosse bisogno, che molto spesso la realtà supera, e di molto, la fantasia del più malato scrittore o regista….

Israele, 27 giugno 1976. Alle 8:59 decolla dall’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv il volo 139 dell’Air France, con 198 passeggeri e membri dell’equipaggio a bordo. Si tratta di un volo di routine per Parigi con scalo ad Atene, dove si imbarcheranno altri 58 passeggeri. Tra questi vi sono due tedeschi, un uomo e una donna, in viaggio con falsi passaporti sudamericani; sono membri dell’organizzazione R.A.F. (Rote Armee Fraktion, Frazione dell’Armata Rossa), meglio nota come gruppo Baader-Meinhof (dai nomi dei suoi fondatori, Andreas Baader e Ulrike Meinhof), un’organizzazione terroristica di stampo anarco-comunista simile alle nostre Brigate Rosse, attiva in Germania Occidentale dal 1968. Insieme a loro vi sono due arabi palestinesi, membri del F.P.L.P. (Fronte Popolare di Liberazione della Palestina), un’organizzazione che collabora con il gruppo Baader-Meinhof fin dall’attentato alla squadra olimpica israeliana alle olimpiadi di Monaco ’72.
La sicurezza all’aeroporto di Atene è fiacca, come sempre: il metal detector non è sorvegliato, e l’agente di sicurezza in servizio presta poca attenzione all’apparecchio a raggi X. Otto minuti dopo il decollo da Atene, il volo 139 dell’Air France con 256 passeggeri e membri dell’equipaggio a bordo viene dirottato dalla “cellula Che Guevarra dell’unità Haifa” del F.P.L.P.
Pochi minuti dopo aver ricevuto la notizia, l’Ufficio Operazioni delle F.D.I. (Forze di Difesa Israeliane, in ebraico thazal) avvia la procedura prevista in caso di dirottamento aereo: unità militari vengono inviate all’aeroporto di Tel Aviv per stabilire un posto di comando; vengono allertati i caccia, perché si teme che i terroristi mirino ad atterrare in Israele o, peggio, a lanciarsi come kamikaze su qualche città israeliana. Ma Israele non sarà la destinazione del volo 139. A quattro ore dal dirottamento, l’aereo ottiene il permesso di fare scalo a Bengasi, in Libia, dove si rifornisce di carburante; prosegue poi in direzione dell’Africa centrale, per atterrare all’aeroporto di Entebbe, nel piccolo stato dell’Uganda. Dopo aver trascorso la notte sull’aereo, i passeggeri vengono trasferiti dai terroristi (altri 10 uomini del F.P.L.P. si sono nel frattempo aggiunti ai quattro dirottatori) e dai soldati ugandesi nell’edificio del vecchio terminal. Lo stesso presidente-dittatore dell’Uganda, il generale Idi Amin, fa una breve apparizione personale per tenere un discorso a favore del F.P.L.P. davanti agli atterriti ostaggi.
A Gerusalemme il Capo di Stato Maggiore delle F.D.I., generale Mordechai “Motta” Gur, si riunisce con il ministro della Difesa Shimon Peres e il Primo Ministro Yitzhak Rabin per discutere sul da farsi. Gur è convinto che esistano i presupposti per un’azione di forza; su suo ordine, il generale Yekutiel “Kuti” Adam, capo dell’Ufficio Operazioni, ha già preparato tre possibili piani: un lancio di paracadutisti su vasta scala, un attacco dal lago Vittoria con dei gommoni, o un rapido assalto e rimozione degli ostaggi per via aerea. Viene scelto l’ultimo piano. Il comando dell’operazione, nome in codice “Thunderbolt”, viene affidato al generale di brigata aerea Dan Shomron, mentre la forza d’attacco, incaricata della liberazione fisica degli ostaggi, sarà guidata dal tenente colonnello Yonatan “Yoni” Netanyahu.
Il 30 giugno, mentre Gur e i suoi stanno riesaminando il piano, sinistri sviluppi hanno luogo a Entebbe: il terrorista tedesco Wilfried Boese legge la lista dei passeggeri, e coloro il cui nome “suona” ebraico vengono separati dagli altri e rinchiusi in una stanza separata; tutti gli altri saranno liberati l’indomani. Inutile dire che questo fatto risveglia tristi ricordi nella memoria ebraica, ricordando le “selektion” che i medici nazisti facevano nei campi di concentramento per decidere chi sarebbe vissuto e chi invece sarebbe finito nelle camere a gas. Questo non fa che accrescere il senso di urgenza per un’azione di salvataggi; rende il tutto anche più semplice, perché ora gli ostaggi da salvare sono “solo” 103. I terroristi pretendono il rilascio di numerosi loro compagni detenuti nelle carceri israeliane; il governo Rabin decide di trattare, al fine di guadagnare tempo e di rimandare il più possibile l’uccisione degli ostaggi.
Al loro arrivo a Parigi, gli ostaggi rilasciati forniscono una grande quantità di informazioni preziose. Si viene così sapere che l’edificio del vecchi terminal, dove sono rinchiusi gli ostaggi, è stato costruito da una ditta israeliana; le piante vengono immediatamente confiscate per realizzare un modello in scala dell’impianto, dove il team d’assalto possa esercitarsi notte e giorno. Gli uomini che dovranno procedere alla liberazione degli ostaggi provengono dalla sayeret mat’kal, un’unità di ricognizione e inteligence posta direttamente sotto il comando dello Stato Maggiore israeliano: sono il meglio che sia disponibile in Israele.
All’alba del 2 luglio viene eseguita una prova generale dell’assalto; tempo impiegato per l’operazione: 55 minuti. Quella stessa notte viene eseguita un’altra prova generale, questa volta anche con i velivoli C-130 Hercules, che porteranno il team a Entebbe. Il Capo di Stato Maggiore Gur, presente all’esercitazione, tiene un breve discorso davanti alle truppe e ai loro comandanti; poi telefona al ministro della Difesa: “Siamo pronti”. Ora manca solo l’autorizzazione dell’esecutivo.
La notte del 3 luglio, i quattro C-130 dell’Aviazione israeliana che porteranno la squadra d’assalto vengono caricati e riforniti per il lungo volo per Entebbe; il Corpo Comunicazioni delle F.D.I. appronta un Boeing 707 che sarà usato come centro di comando per l’operazione, mentre il Corpo Medico attrezza un altro 707 come ospedale volante, perché ci si aspetta un gran numero di feriti. Nethanyau e il suo vice trascorrono gran parte della mattinata a riesaminare il piano e a elaborare possibili soluzioni per eventuali imprevisti: in un’operazione del genere non si può dare nulla per scontato. Benché manchi ancora l’autorizzazione governativa, i sei aerei decollano alle 16:00 dalla base aerea di Ophira, alla volta di Entebbe. Solo quando hanno già lasciato lo spazio aereo israeliano giunge la parola d’ordine di autorizzazione: “Go”.
Il volo di 3800 km per Entebbe richiede sette ore, e alle 11:01, con solo trenta secondi di ritardo sulla tabella di marcia, il primo C-130, con a bordo gli uomini del sayeret mat’kal e il colonnello Nethanyau, giunge in vista dell’aeroporto. Per confondere il radar della torre di controllo, il velivolo si avvicina seguendo un normale volo di linea. Non appena tocca terra, alcuni israeliani schizzano fuori dai portelli laterali con l’aereo ancora in movimento, per prendere il controllo della pista. Una volta fermo, dalla rampa posteriore dell’aereo scendo i veicoli del commando: sono due Land Rover e una Mercedes nera, utilizzate per simulare una visita a sorpresa del presidente Amin, ed evitare di mettere in allarme i soldati ugandesi. Mentre si dirige verso l’edificio del vecchio terminal, il convoglio incontra due soldati ugandesi di guardia ad un posto di controllo. Notando qualcosa di sospetto, i due sparano qualche colpo di avvertimento verso il convoglio, prima di essere falciati dalle armi dotate di silenziatore degli israeliani. Gli spari svegliano gli ostaggi, che stanno dormendo sul pavimento del terminal, e mettono in allarme i terroristi che li sorvegliano. Ma ormai è troppo tardi.
Solo 15 secondi dopo gli spari delle sentinelle ugandesi, il commando israeliano attacca il terminal ed elimina uno ad uno i terroristi. Il tempo dei silenzi è ormai finito: soldati israeliani dotati di megafoni urlano in ebraico e in inglese: “Siamo dello tzahal, state giù!”.
Sette minuti più tardi atterra il secondo C-130 con a bordo un secondo commando e la jeep del generale Shomron. Subito dopo atterra il terzo aereo, che scarica una forza di fanteria meccanizzata appartenente alla sayeret golani (l’unità da ricognizione della brigata Golan, una delle migliori dell’esercito israeliano) dotata di veicoli corazzati M113 APC (Armoured Personnel Carrier, veicolo da trasporto truppe corazzato), il cui compito è di contrastare eventuali reazioni dell’esercito ugandese e di distruggere i caccia MIG di stanza a Entebbe. Seguono poi il quarto C-130 e il Boeing del Corpo Medico, che vengono subito caricati con i feriti e con gli ostaggi liberati. Alle 11:58, 57 minuti dopo l’atterraggio del primo aereo, tutti gli ostaggi sono liberati e portati fuori da Entebbe; 33 minuti dopo, l’ultimo aereo israeliano decolla con il generale Shomron a bordo. Resoconti riferiscono che ore dopo la partenza dell’ultimo israeliano, a Entebbe si sentiva ancora sparare.
Alla fine furono uccisi 13 membri del F.P.L.P. e 35 soldati ugandesi; undici caccia MIG 17 e MIG 21 dell’aviazione ugandese furono distrutti, per assicurarsi che i vulnerabili C-130 non venissero inseguiti. Morirono anche tre ostaggi, come pure il comandante della forza d’attacco, tenente colonnello Yonatan Netanhyau, colpito da un soldato ugandese. La mattina del 4 luglio 1976, gli ostaggi rientrarono in Israele, accolti come eroi tra manifestazioni di gioia, sollievo e orgoglio nazionale.
Entebbe fu un’importante vittoria per Israele, per tre motivi: in primo luogo, rese consapevole il mondo occidentale, fino ad allora piuttosto distratto, dei pericoli del terrorismo; in secondo luogo, inflisse al terrorismo palestinese, e in particolare all’F.P.L.P., una sconfitta pubblica, dura ed umiliante. Ma soprattutto, rialzò il morale della nazione dopo la quasi disfatta della guerra “d’ottobre” del 1973, e segnò la fine di un periodo di disfattismo che aveva pervaso alcuni ambienti delle F.D.I.: il vecchio tzahl capace di ogni cosa era tornato sulla scena. Sapevano di essere i migliori, e ora lo sapeva anche il resto del mondo.

Il resoconto dell’operazione è tratto da Le Forze di Difesa Israeliane dal 1973 di Sam Katz, Osprey Publishing.

domenica 20 aprile 2008

Indubbiamente Interessante


Un paio di settimane fa, io e il prode Popanzio siamo andati da Feltrinelli a Pisa a seguire la presentazione del libro "Sulle regole", l'ultimo pubblicato dall'ex magistrato Gherardo Colombo. Un bell'incontro con uno dei più grandi magistrati che la nostra benamata penisola abbia conosciuto, dai processi Lodo Mondadori, Sme, a Mani Pulite e Loggia P2.

Un incontro di un paio d'ore molto interessante, una lunga chiaccherata sulle regole che tutti i giorni ci intaccano la vita. Un libricino di 150 pagine che è possibile finire in 3 orette, molto discorsivo e molto interessante per chiunque abbia un minimo di curiosità su questo argomento, proprio sulle regole. Io vi invito a leggerlo, ma a leggerlo con la voglia di capirlo, cercando di riflettere sulle parole lette perchè vi posso assicurare che in molti passaggi vi ritroverete a pensare: caspita è proprio vero, è così!

Non è assolutamente un libro difficile (non è il classico mattone giuridico), è un libro che tutti possono leggere e capire, non è un libro "tecnico", quindi non pensate di cavarvela dicendo: ma io non faccio giurisprudenza!!
E' un libro dal quale chiunque potrà trarre delle conclusoni, perchè il fine non è quello di inculcarvi il pensiero dello scrittore, ma quello di suscitare nel lettore una serie di dubbi e una sorta di capacità riflessiva alla luce dei fatti.

Vi lascio questo video trovato su youtube, nel quale Gherardo Colombo presenta il libro e dà un piccolo assaggio del suo contenuto.


Vi lascio con le parole dello stesso Colombo, la "chiave" di tutto il libro...

«La giustizia non può funzionare se i cittadini non comprendono il perché delle regole. Se non le comprendono tendono a eludere le norme, quando le vedono faticose, e a violarle, quando non rispondono alla loro volontà. Perché la giustizia funzioni è necessario che cambi questo rapporto.»

lunedì 17 marzo 2008

Cosa è la Giustizia


Vi assicuro che è tempo ben speso.
Potrei dirvi "Soddisfatti o rimborsati", ma vedrete che, dopo, sarete voi a volermi rimborsare per il tempo (e denaro) speso per portare alla vostra conoscenza questo inestimabile tesoro di semplicità ed immediatezza.


Ciò che è dovuto a ciascuno

Quando dite che è giusto dare a ciascuno ciò che gli è dovuto, avete una buona definizione del giusto, eppure sono sicuro che vedete subito dove stanno le difficoltà. Cosa, effettivamente, è dovuto a ciascuno? Ci arriviamo subito, ma anzitutto parliamo di una prima difficoltà, forse più difficile da cogliere. Dare a ciascuno ciò che gli è dovuto significa in primo luogo far coesistere due principi dietro il termine “ciascuno”: un principio di uguaglianza, anzitutto (“ciascuno” è considerato esattamente come tutti gli altri), e un principio di differenza proprio di ciascuna persona, perché ciò che è dovuto a Nicole forse non è ciò che è dovuto a Saïd, e ciò che è dovuto a Gaël non è necessariamente ciò che è dovuto a Jonathan. Ci sono dunque due principi: uguaglianza e differenza.
Se siete d’accordo, proporrò di dire uguaglianza e singolarità. La singolarità è ciò che è proprio di ciascuno in quanto egli è un essere singolare, in quanto egli è unico.


Uguaglianza e singolarità sono inseparabili nell’idea di giustizia e, al tempo stesso, possono entrare, se non in contraddizione, forse, quanto meno in conflitto.

Questo ci insegna una prima cosa importantissima: il giusto e l’ingiusto si decidono sempre nel rapporto con gli altri. Nel giusto e nell’ingiusto, si tratta degli altri e di me, ma sempre di me in rapporto agli altri. Deve essermi reso ciò che mi è dovuto così come deve essere reso agli altri ciò che è dovuto loro. Ciò significa che non può mai esservi giustizia per uno solo: non avrebbe alcun senso. La giustizia esiste, dunque, solo in rapporto all’altro. Ecco perché farsi giustizia da sé non ha alcun senso. Tuttavia è certamente vero che ciascuno di noi, nella propria singolarità, ha diritto a un riconoscimento assolutamente particolare. Non sarebbe giusto, per esempio, decidere che tutti devono avere i capelli rossi e obbligare tutti a tingerseli. Al contrario, le sfumature singolari dei capelli fanno parte (anche se ne costituiscono soltanto un’infima parte) di ciò che ciascuno è, singolarmente.

Ma allora – seconda parte della definizione – che cosa è dovuto a ciascuno? In questa sede non ci porremo nemmeno il problema di sapere come dare o rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto. Possiamo però distinguere facilmente alcuni elementi di ciò che è dovuto a ciascuno: ognuno ha il diritto di vivere, e quindi deve avere i mezzi per vivere, per nutrirsi o per proteggersi dalle intemperie; ognuno ha il diritto di essere istruito, dunque è giusto che ogni bambino possa andare a scuola. So bene che alcuni di voi in questo momento stanno pensando: “Non è poi tanto sicuro che questo sia giusto”. Eppure, la scuola per tutti rientra nell’ambito della giustizia, perché non avere istruzione e cultura significa non poter sviluppare tutte le proprie possibilità, come uomo o come donna, nella vita. Inoltre, certamente, ognuno ha diritto alla salute, e dunque a poter essere curato, e ognuno ha questo diritto anche quando un destino che si potrebbe chiamare, forse, ingiusto, lo ha fatto nascere con un handicap. È giusto, allora, poter fruire di particolari cure, potersi servire di una sedia a rotelle, avere accessi per portatori di handicap, ecc. È giusto che tutto questo sia previsto dalla legge. Oggi, la legge impone che, sui mezzi di trasporto e nei locali pubblici, vi siano accessi per le sedie a rotelle dei portatori di handicap. Potremmo continuare a lungo questa discussione su quel che è giusto e quel che deve essere riconosciuto come giusto da tutti in una data società, in materia di educazione, di alloggi, di salute, di salario, di condizioni di lavoro e di vita, perché vi sono molte cose che sappiamo bene che sono giuste.
Se avessimo il tempo di farla, questa discussione ci riporterebbe alla legge. È per questo che la legge cambia e si evolve, perché ci si rende conto che c’è questa o quella esigenza di giustizia a cui, sino a quel momento, non si prestava attenzione, o che prima non era abbastanza evidente. Questo ci ricondurrebbe dunque, di nuovo, alla legge e a tutto ciò che sarà sempre da cambiare, da riformare, da adattare. Ora, noi sappiamo che fumare è una pessima cosa per la salute e per la gestione di quella che si chiama la sanità pubblica, per via delle cure che devono essere fornite a tutte le persone che soffrono di cancro o di malattie polmonari provocate dal tabacco. Per questa ragione, è necessario che la legge si evolva. La legge non cambia tutti i giorni, ma vi sono sempre buone ragioni per progettare di trasformarla o per emanarne di nuove, perché la società diventi più giusta.


Dobbiamo però notare subito che non riusciremo mai a dire interamente, integralmente, esattamente cosa è dovuto a ciascuno in particolare. Come si può riassumere ciò che è dovuto a ciascuno di noi in quanto ognuno è una persona unica, in quanto è Nicole o Saïd o Gaël o Brahim? In un certo senso, si potrebbe dire che occorre unicamente che ciascuno sia riconosciuto nella sua singolarità. È una lista infinita: quando potrò aver finito di essere giusto verso Nicole o Saïd? Quando potrò aver finito di riconoscerlo o di riconoscerla, non soltanto come un amico o un’amica o come qualcuno interessante perché può prestarmi la sua playstation o aiutarmi in matematica, ma di riconoscere lui, veramente? Ponendo questo interrogativo, vediamo aprirsi la divaricazione più completa tra il giusto morale e il giusto nel senso dell’esattezza, l’aggiustamento.

Non vi è alcun aggiustamento possibile di questa giustizia. Si potrebbe dire, se volete, che la giustizia è inevitabilmente senza esattezza o senza aggiustamento. Beninteso, posso comprare dei vestiti per Nicole o per Saïd, ma è meglio che li compri della loro taglia e che stiano loro “giusti”.
Sì, questo può farvi ridere, ma se compro un paio di jeans della mia taglia per uno di voi, avrà uno strano aspetto.
I vestiti, dunque, devono essere “aggiustati” sino al termine della crescita. Ma che cosa dovrà essere aggiustato se ci si interessa all’aspetto estetico dei vestiti? Qual è il più giusto? Un paio di jeans blu, neri o grigi? Ovviamente, non è possibile dirlo.


Certo, ci sono cose molto più importanti dei vestiti, c’è ciò di cui ciascuno ha voglia, ciò che a ciascuno piace, ciò che ciascuno sogna. Ma ci sono anche questioni per le quali non siamo necessariamente giusti con noi stessi. Penso al bambino diabetico di cui parlavo prima; tutti noi, o almeno molti di noi, hanno voglia di dolci, ma è pericoloso mangiare dolci quando si è diabetici. Analogamente, spesso avete pochissima voglia di fare i compiti, eppure è necessario.

Ma pensateci da soli adesso, potete andare ancora e sempre oltre, non vi è modo di chiudere la lista di ciò che è veramente dovuto a ciascuno.



Jean-Luc Nancy



Ci insegna Jean-Luc che la Giustizia non è giusta ed è giusto che sia cosi.

Il significato di questa frase (faccio mie le ben calibrate parole di "Equilibrismi" ), in apparenza sbalorditiva si spiega attraverso il diverso uso e concetto dietro alla parola giusto: “come equità e come esattezza”.

La giustizia non è, non può essere esatta in modo definitivo perchè, mutando i bisogni di ciascuno di noi, volti costantemente a migliorare la nostra condizione umana, materiale e spirituale, il concetto di soddisfacimento di questi bisogni in modo equo deve essere costantemente “aggiustato”, ridefinito.


La giustizia quindi è e deve essere in continua evoluzione in modo tale da potersi sempre tener fede ai principi di uguaglianza in base al quale tutti gli uomini sono uguali e il principio / la necessità di differenza e singolarità che caratterizza ognuno di noi in quanto individui singoli speciali e unici (qui, a tutti i Giuristi, verrà in mente quel famoso principio di "Ragionevolezza").

La vera saggezza non è sapere di essere giusti o esserne convinti (al contrario questo può essere deleterio e pericoloso) e ritenere di non doversi migliorare per esserlo di più bensi riconoscere che la giustizia si fa solo in rapporto con gli altri e che essa non è mai abbastanza.

Riuscire a fare proprio questo concetto significa già cominciare a essere giusti.

lunedì 26 novembre 2007

Tecnologia e Design

Salve a tutti, sono un Consumatore, tutelato dal Codice Civile agli articoli 1469 bis-sexies, ma in preda delle multinazionali della tecnologia. Lo ammetto, mi piacciono i lettori mp3, i cellulari, i computer, i televisori, gli stereo, le console da gioco e seguo di continuo l'avanzare della tecnologia domestica. Quando ero piccolo sono cresciuto con il Super Nintendo e le cassette VHS, adesso sono definiti ANTENATI della tecnologia moderna. Com'è possibile che in soli dieci anni, siamo arrivati a questi accessori "indispensabili" per la vita quotidiana? Ormai è il 2008, mi chiedo se abbiamo veramente bisogno di tutte queste tecnologie... La risposta è sì, ma alla seconda domanda: ho veramente bisogno di oggetti griffati? la risposta purtroppo è sì un'altra volta. Parliamoci chiaro, chi non ha un Ipod? chi non ha mai giocato con la PS3 o XboX? chi non ha un Mac o un PC? Chi è quell'idiota che si installa un linux Sull'HomePc e poi non ci puoi installare praticamente nulla, se non capisci un minimo di software, hardware e freeware?
Oggi il mercato ci offre la possibilità di acquistare centinaia di modelli diversi di lettori mp3, con prezzi vantaggiosissimi, ma l'ipod è troppo una ganzata per non acquistarlo, giusto? lo pago anche 300 euro perhè è l'ipod... ma senza ipod vivrei lo stesso, giusto? ma allora perchè lo compro? la colpa è delle continue pubblicità che ci passano sotto il naso e che ci fanno vedere un mondo virtuale nel quale ci siamo ormai immersi fino al collo...
Voi direte, ma come mai ti sei svegliato adesso? Vi rispondo subito. Oggi su internet, ho visto la pubblicità di un prodotto veramente all'avanguardia, un Tavolino interattivo: Microsoft Surface, il quale sfrutta la tecnologia touchscreen dell'i-phone, solo su un piano più grande. In allegato c'è un video che vi farà capire meglio. Partiamo dalle caratteristiche di base. E' un tavolino molto elegante, con uno schermo lucido, bellissimo a vedersi. Appena lo si accende lo si può impostare come solo decorazione, e ad esempio si può impostare uno screensaver dell'acqua; appena si tocca con un dito lo schermo, l'acqua si muove come nella realtà... Fichissimo! Puoi appoggiarci sopra una fotocamera digitale, il tavolino per magia riconosce la fotocamera e legge tutte le foto dentro, per magia puoi ingrandirle, spostarle con le sole dita!!! Puoi vedere dei video,puoi appoggiare il telefono cellulare sul tavolino e questi te lo riconosce.. puoi mandare le mail, puoi appoggiarci sopra un bicchiere e il tavolo ti dice: "enjoy your drink"! che stronzata..; puoi vedere le cartine della strada e farti il tuo percorso preferito con google map. Tantissime altra figate allucinanti. Tutto per il modico prezzo di......... 10'000 dollari! ma siamo impazziti??? Immaginiamoci la scena, io prendo le foto dalla mia fotocamera digitale, le metto nella mail, la mando a mia mamma, (come si vede nel video dello spot) che ha speso 10000 dollari anche lei per un tavolino, per vedere due foto??? Prima c'era un binomio tra l'utile e il dilettevole, adesso c'è solo un binomio tra l'inutile e il design... La morale è sempre quella, non fatevi influenzare dalle pacchianate inutili come IPOD, WINDOWS VISTA, MAC OSX, MICROSOFT SURFACE... sono guappate che adesso costano un ira di Dio, per un utilità pari ad un decimo del loro prezzo. Non facciamoci trascinare dalle mode, creiamone noi!!
Anche se cmq io stesso l'ipod, il Pc, loo stereo Sony, il CDJ Pioneer ce l'ho eccomeee!
Guardatevi il video e commentate! alla prossima carissimi!

giovedì 22 novembre 2007

La "beat generation"o "generazione in attesa"...

Jack Kerouac scrittore americano nato nel 1922, è il portavoce e interprete della "beat generation", eroe e simbolo di un modo di vita nato nel vuoto e immobile nel tempo. Nello scuro colore del conformismo di massa, che tutto circonda e che intorno avvolge, nasce la "generazione in attesa" alla ricerca di individualismo e libertà personale; si tratta di una gioventù bruciata, disperata e inqieta, indifferente ad ogni sistema morale o sociale precostituito. I giovani americani della "beat generation" portano sul volto l'ombra del pasato che ritorna, sono i giovani del dopo guerra, eccentrici interpreti di uno strano ritmo, girano l'america in autostop, bevono molto e fumano marijuana, ma soprattutto ascoltano e diventano jazz. Hanno perso il punto di contatto tra la vita sulla terra e la vita dopo la morte e sono lontani sia da ciò che è bene sia da ciò che è male; la loro scelta ideologica non basta più a giustificare un credo politico troppo spesso reo di massacri e corruzzioni, ma ciò che più scuote il baratro della loro esistenza è il conformismo, assassino in una società di massa affogata nel nulla, custode del silenzio nel quale annegano incompresi; questi sono i giovani della "beat generation", invincibili e vinti.
"A questa dilagante massa di ragazzi reticenti e scontrosi, tristi e freddi, avidi di affetto e in perpetua ricerca di una ragion d'essere, staccati senza speranza da "anziani" incomprensibili e che non li capiscono, aggrappati come a una fede a un ideale di vita intenso e libero da qualsiasi pregiudizio o sovrastruttura, appartengono gli scrittori della beat generation."
La loro produzione non si estende a un programma da realizzare, ma vuole piùttusto definirsi come la testimonianza del loro bisogno di uscire da un vuoto che non ha appigli, vuole vincere lo sgomento e la paura. La scrittura beat si è persa da qulche parte, sulle orme dei suoi grandi maestri, dei poeti maledetti, insegue ancora ansie mistiche e spiritualistiche, con un ordine forse osceno ed immorale ma che come un comando ha illuminato la strada di milioni di giovani americani.
Lo scrittore più importante è senza dubbio Jack Kerouac, la sua storia è una strada,"il resto è tempo che passa, voglia di vagabondare e bisogno di guardare"; una volta disse: "Devo scegliere tra questa roba e i camions delle strade. Credo che sceglierò i camions, dove non dovrò spiegare niente e dove non c'è niente di spiegato, ma ci sono soltanto cose reali". E' così che è cominciato il suo viaggio, la sua vita, zaino in spalla monoscritti alla mano e giù, per le highways americane, trasportato da passeggeri distratti, da uomini rimasti soli nel sonno della loro vita. molti critici videro in questo vagabondare, bere e drogarsi soltanto una fuga, ma bisogna andre oltre per vedere davvero, bisogna andare oltre la droga e l'alcolismo e forse allora ci si renderà conto che non si trattava soltanto di una fuga distratta, ma della ricerca di una realtà trascendente che potesse dare una risposta ad una realtà terrena ormai spacciata. Tutti gli scrittori beat credono in Dio e nella vita, "anche se a volte possono riuscire sconcertanti come kerouac che rispose al giornalista che gli chiedeva a chi si rivolgesse nelle sue preghiere: "Prego il mio fratellino morto, mio padre, Budda, Gesù Cristo, e la Vergine Maria", soggiungendo poi: " Prego queste cinque persone" ". Droga , alcol, promiscuità sessuale e jazz sono soltanto mezzi per raggiungere una libertà individuale che permetta loro di sttrarsi a una vita collettiva, passiva e rinunciataria. "In una recente intervista alla televisione, alla domanda: " Si è detto che la beat generation è una generazione alla ricerca di qualcosa. Che cosa state cercando?". Kerouac rispose: " Dio. Voglio che Dio mi mostri il suo volto" " . La beat generation, un segno sulla sabbia che l'acqua non cancella.

giovedì 8 novembre 2007

Hazardous: Deejays at work

Apro l' area dedicata alle recensioni con un pezzo su un gruppo di giovini deejays che mi auguro faccia molta strada..



Iniziano due anni fa come organizzatori di feste per liceali e finiscono , nel giro di circa un anno e mezzo, per essere richiesti da tutti i locali punto di ritrovo dei ragazzi di Pisa e dintorni (vedi akua keta, pepila ecc).


Propongo serate rock e/o anni 60 (dj la paglia + dj fax) o serate elektro (dj TJ).
Se organizzano una festa, molto probabilmente troverete una sala per ciascuna(e, questo sempre, con un sistema audio di primissimo livello!).

Mixano con disinvoltura pezzi d' antologia con nuovi tormentoni, propongono un elektro minimal che, con il passare della notte, diventa sempre più progressiva ma senza discontinuità di sorta.


E' sostanzialmente un "lento" degrado verso il degenero più totale!


Consigliato se siete amanti del genere e siete a caccia di "pilu " (stranamente e fortunatamente mai assente nelle loro serate!)

Nelle feste organizzate da loro bevete pagando il giusto e ballate bella musica..Cosa volere di più?


Se trovate un manifesto che pubblicizza un evento con la collaborazione dell' ''HAZORDOUS'', andate sul sicuro!


Controindicazioni:

_Per forza di cosa la clientela si mantiene solitamente sui 16-21 anni.
_Nelle serate organizzate da loro(vedi serate al samarcanda, feste di halloween&Co.), prendere una bevuta diventa una bolgia.Considerando però quello che costa e la facilità con cui puoi coercire il malcapitato che ti serve le bevute, vale la pena stare 5minuti in coda!
_I "capelli-cespuglio" di ''Dj Fax'' nuocciono gravemente alla salute degli allergici al pelo di gatto!!


(Per info lasciate un comento o scriveteci)