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sabato 17 aprile 2010

CHI PARLA DI MAFIA DIFENDE IL PAESE


È con profondo disappunto che leggiamo quanto afferma il Premier nella conferenza stampa a Palazzo Chigi del 16 aprile, nella quale sostiene che la mafia italiana, “pur essendo la sesta mafia al mondo è la più conosciuta” a causa del “supporto promozionale” fattole da film, serie tv e libri come le “otto serie della Piovra” o “Gomorra” di Roberto Saviano.

Non è necessario appellarsi allo scandalo per mostrare quanta cecità nascondano certe affermazioni. Il nostro Premier si dice fiducioso di sconfiggere entro la fine “della legislatura”, oltre al cancro, anche tutte le organizzazioni criminali.

Ma dal rapporto Sos impresa presentato il 27 gennaio 2010 dalla Confesercenti emerge un’altra realtà: la mafia italiana è ben lontana dal regredire, anzi, nel 2009 ha fatturato 135 miliardi di euro a fronte dei 90 miliardi fatturati nel 2007.

Secondo lo stesso Rapporto, lo scorso anno la “Mafia spa” ha rafforzato la propria posizione di prima azienda italiana, raggiungendo la soglia di quasi un reato al minuto a spese degli imprenditori. Si pensi che, solamente attraverso l’usura – cresciuta a causa della difficoltà di accesso al credito dovuta alla crisi – la mafia gestisce un giro d’affari di circa 20 miliardi di euro. Per non parlare del racket che rimane invariato solo a fronte di un drastico calo degli esercizi commerciali. Grande interesse riscuotono inoltre nelle organizzazioni mafiose l’edilizia e i centri commerciali, utili – questi ultimi – al riciclaggio del denaro sporco. C’è poi da tenere conto del settore del gioco, delle scommesse, delle frodi informatiche e, soprattutto, della contraffazione. Quest’ultimo in grado di muovere un giro d’affari pari a 7,8 miliardi di euro l’anno.

Se questa è la realtà dei fatti, ci viene difficile interpretare la tranquillità con cui il Premier asserisce certe parole, ma ancor più incomprensibile ci risulta la sua accusa di “supporto promozionale” alle mafie mossa a chi è costretto a vivere sotto scorta, senza la possibilità di sognare una vita normale, perché ha reso pubbliche le dinamiche delle organizzazioni criminali.

È ormai attestato che le mafie risentano della luce dei riflettori: esse desiderano il buio ed il silenzio, lo dimostra la cosiddetta pax mafiosa seguita alle stragi del ’92-93; godono del fatto che a conoscere le loro dinamiche d’azione siano solo pochi specialisti, consce degli ingenti danni economici che subiscono quando l’opinione pubblica è sollecitata su determinate tematiche.

In una società “dove la verità è sempre la versione dei potenti, dove viene declinata raramente e pronunciata come merce rara da barattare per qualche profitto; dove tagliare cadaveri e spargerne i pezzi è il miglior modo per rendere indelebile un messaggio, conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L’unica possibilità che si ha, per considerarsi ancora uomini degni di respirare”.

Spetta, quindi, proprio all’informazione e alla partecipazione democratica avere un ruolo fondamentale nella lotta alle mafie. Attraverso di essa, infatti, la popolazione è chiamata e tenere alta la guardia e a creare anticorpi alla malavita: il più delle volte, infatti, è dalla semplice denuncia di un cittadino informato e consapevole di non essere solo che nascono indagini che portano agli arresti di cui si sta vantando il governo.

Per questo motivo è importante appoggiare l’informazione e non attaccarla. È fondamentale evitare quel che accadde con Giovanni Falcone al Maurizio Costanzo Show nel 1991, quando un giovane di media statura si alzò dalla sua poltrona e accusò il magistrato palermitano di diffamare la Sicilia. Tutti sanno come finì la storia: l’accusatore divenne prima Presidente della Regione Sicilia e fu poi condannato a 7 anni di carcere in appello per favoreggiamento aggravato per aver agevolato la mafia; il magistrato fu ucciso in un attentato il 23 maggio 1992 nei pressi dello svincolo di Capaci insieme alla moglie e a tre agenti della scorta.


By Progetto Spartacus



(L'articolo è stato scritto a nome del gruppo che ha fatto partire il cosiddetto "Progetto Spartacus", un insieme eterogeneo di studenti e dottorandi della Scuola Normale Superiore di Pisa, della Scuola Superiore Sant' Anna e dell' Università di Pisa che si propone di indagare e studiare il fenomeno della criminalità organizzata, unitosi in occasione del seminario di Roberto Saviano alla Scuola Normale Superiore)

domenica 11 ottobre 2009

Conoscere, capire, reagire



(Clikka sull' manifesto per ingrandirlo)

martedì 9 dicembre 2008

sabato 30 agosto 2008

Sta tornando...

Domani sera torna in prima serata su Rai3 (l'unica rete Rai con programmi decenti) Carlo Lucarelli con la trasmissione "Blu Notte - misteri italiani", per un ciclo di 6 puntate.
La prima puntata si occuperà della mafia al nord.


...PAURA EH!

venerdì 20 giugno 2008

giovedì 19 giugno 2008

Alea iacta est

Mezzogiorno di fuoco contro i Casalesi. Alle 12 e 30 nell'aula bunker cala la parola fine sul processo d'appello contro la feroce camorra di Casal di Principe dopo 3 giorni di camera di consiglio. Colpiti tutti i ras del clan: da Francesco «Sandokan» Schiavone a Francesco Bidognetti ai due latitanti «eccellenti» Antonio Iovine e Michele Zagaria. Per loro, per i capi storici e attuali dei Casalesi, ergastolo confermato. Così come ai loro luogotenenti e sicari. In totale sedici provvedimenti di carcere a vita, come chiesto dai pm.
Uniche attenuanti per alcuni collaboratori come Luigi Diana.

È soddisfatto il pg Francesco Iacone, rappresentante dell’accusa. «La sostanza della sentenza di primo grado è confermata, tranne qualche punto che mi riservo di valutare. Le attenuanti generiche sono state concesse solo agli imputati che hanno ammesso i fatti e hanno confessato». Il pg ha sottolineato «gli enormi sforzi» per celebrare il processo «compiuti da tutti gli apparati». «Vi ricordo - ha detto - che in primo grado il processo Spartacus durò sette anni e gli imputati furono scarcerati. Noi per portarlo a termine abbiamo stralciato la posizione degli imputati liberi e ci siamo concentrati su quelli detenuti. Così consentiremo anche alla Cassazione di intervenire prima della scadenza dei termini». Alla domanda di una giornalista su quale sia stata la maggiore difficoltà da affrontare il pg ha risposto: «Sono state le proteste degli avvocati, che minacciavano di andarsene. Comunque abbiamo avuto molti problemi grossi, perfino il presidente che è stato male».

Sono complessivamente 30 le condanne inflitte dalla prima sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli (presidente Raimondo Romeres, giudice a latere Maria Rosaria Caturano). Oltre alle sedici condanne all’ergastolo (nei confronti, tra gli altri, dei vertici della cosca come Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti, Michele Zagaria e Antonio Iovine), la Corte ha inflitto altre 14 condanne a pene varianti dai 30 ai due anni di reclusione. Trenta anni è la pena stabilita per Pasquale Apicella e Giuseppe Russo, 21 per Antonio Basco, 16 per Luigi Diana, 15 per Dario De Simone (collaboratore di giustizia) e Nicola Pezzella, 14 per Franco Di Bona (anch’egli pentito), 10 anni e sei mesi per Carmine Schiavone (pentito), 9 per Guido Mercurio, 9 per Corrado De Luca, 4 per Alberto Di Tella e Giuseppe Quadrano (entrambi pentiti), 3 anni e tre mesi per Vincenzo Della Corte, 2 per Vincenzo Schiavone.

Primo e secondo grado è durato in tutto dieci anni. Dieci lunghi anni di processi nel corso dei quali i Casalesi hanno continuato a spadroneggiare, uccidere, intimidire. Sette anni il primo grado (sentenza il 15 settembre 2005) con 21 eragastoli inflitti e 95 condanne complessive: un totale di otto secoli e mezzo di condanne. Dei 21 ergastoli, nel secondo grado, durato «solo» tre anni ne erano stati chiesti 16. Confermati in aula. Sedici gli omicidi oggetti di valutazione e revisione commessi tra il gennaio 1988 e la fine del 1991: tra questi il più importante, quello di Antonio Bardellino, capo indiscusso della camorra casertana, ucciso in Brasile.

Un processo-simbolo, il processo a «Gomorra», non a caso chiamato «Spartacus», quasi si dovesse - come lo schiavo Spartaco - liberare un intero territorio dal gioco della camorra più sanguinaria e potente. Un giorno del giudizio scandito da minacce a giornalisti (la reporter del «Mattino», Rosaria Capacchione), giudici (Raffaele Cantone) e finanche a una star del calibro di Saviano.

Così la vigilia della sentenza contro un clan che, secondo calcoli approssimativi (per difetto), ha un giro d'affari di 30 miliardi di euro e ramificazioni in mezzo mondo, è stata scandita da paura e tensione. Timore di un atto eclatante, di un gesto di sfida allo Stato dopo le minacce rivolte in aula e anche dopo l'ironia sferzante di «Sandokan» che da dietro le sbarre dell'aula bunker aveva ammonito giornalisti e operatori televisivi: «Non sono un animale in gabbia, non voglio essere ripreso da Telekabul». Ma non è successo nulla se non il furto di un motorino, seminuovo, di una cronista, parcheggiato davanto l'aula-bunker.

E mentre i capi minacciavano in aula, i gregari sparavano nelle strade, terrorizzando pentiti e collaboratori di giustizia. Una lunga scia di sangue con l'eliminazione fisica di chi aveva intenzione di rompere l'omertà e collaborare con i magistrati della Direzione distrettuale antimafia. Sotto le bifilari dei sicari sono così caduti Domenico Noviello, imprenditore che si era ribellato al «pizzo> e doveva testimoniare (proprio ieri è stato arrestato il suo estorsore), Michele Orsi, imprenditore del settore ecologico che aveva rotto il sodalizio di affari con i Casalesi e voleva collaborare con la giustizia. E ancora, ferita la nipote di Anna Carrino, compagna di Francesco Bidognetti «Cicciotto 'e mezzanotte», che aveva scisso i suoi legami con il clan e sollecitava anche il suo uomo in carcere a fare lo stesso.

In aula ad ascoltare la «resa» dei Casalesi c'è anche lui, lo scrittore Roberto Saviano, l'uomo che con il suo best-seller «Gomorra» ha messo organicamente in luce la camorra-imprenditrice di Casal di Principe, mettendo a nudo le «icone del male» come Francesco «Sandokan» Schiavone, Francesco Bidognetti, Pasquale Zagaria e Antonio Iovane.

«Questa sentenza è la vittoria dello Stato e della Procura antimafia. Ma tanto resta ancora da fare, è solo l'inizio di un percorso di lotta ai poteri criminali, di una svolta che ha un significato culturale. In questo momento il mio pensiero va ai magistrati che hanno lavorato in queste inchieste, a molti giornalisti coraggiosi e anche ai caduti di camorra di cui spesso non si parla sui media».


(ThxTo: Corriere, Repubblica)

lunedì 2 giugno 2008

Il piave dello stato di diritto


Il processo spartacus giungerà al suo epilogo tra pochi giorni.
La questione rifiuti è sotto l' occhio di tutti e tra poco in Campania arriverà l' esercito.
I Magistrati continuano a lavorare senza sosta e i pentiti sono in aumento.

In questa situazione, i Clan dei casalesi cambiano marcia e giocano le loro carte: Sangue e terrore.

«Da un mese - afferma D'Avanzo - i "Casalesi" stanno facendo, con il fuoco, terra bruciata tra chi ha voltato loro le spalle scegliendo di collaborare con lo Stato. Il 2 maggio a Castelvolturno è stato ucciso Umberto Bidognetti, colpevole di essere il padre del "pentito" Domenico. Il 16 maggio, ancora due morti. Un altro "testimone di giustizia", Domenico Naddeo, 65 anni, è stato ucciso con ferocia a Baia Verde di Castelvolturno.
Nello stesso giorno è caduto sotto i colpi dei killer l'imprenditore Domenico Noviello che, nel 2001, aveva trovato il coraggio di denunciare gli autori di un'estorsione ai danni della sua azienda».

Nella terra che stuprano da più di mezzo secolo senza vergogna, "I casalesi alzano il tiro".

Dopo il fallito agguato all'ex «lady camorra», che in un'intervista tv aveva chiesto all'ex marito, il "capo storico" dei Casalesi, Francesco Bidognetti, di pentirsi, la Camorra colpisce uno dei più importanti testimoni di (eco)mafia di questi ultimi tempi, che stava raccontando alla magistratura le mappe di questa geografia criminale (Aveva già testimoniato, nei mesi scorsi, al processo sullo smaltimento dei rifiuti [imputati alcuni imprenditori]; giovedì avrebbe dovuto deporre dinanzi al giudice per le indagini preliminari in un altro processo per la gestione dello smaltimento dei rifiuti, dov'era imputato con altri imprenditori; con un subcommissario di Guido Bertolaso; con Mario Landolfi, ex presidente della Commissione di Vigilanza Rai, accusato di corruzione aggravata di avere favorito "l'organizzazione").

Il perché questa esecuzione (eseguita in mezzo alla strada, due colpi al torace e uno alla testa) sia sintomatica di una svolta ce lo spiega Roberto Saviano:

"Con questo delitto la camorra dimostra di avere paura non solo delle eventuali condanne, ma anche della tensione, dell'attenzione che un processo così importante può attirare, dell'indignazione che può suscitare. La strategia che i clan stanno portando avanti da settimane è quella di colpire chiunque abbia deciso di parlare. Un modo per colpire il futuro attraverso operazioni nel presente".

Si sentono attaccati nei loro affari, per di più sentono l' attenzione dei media (che tuttavia "inspiegabilmente" MAI hanno parlato del processo spartacus, probabilmente troppo occupati a seguire le vicende della varie Franzoni et simili) e la tensione della società civile.

È una fragilità che oggi rende i "Casalesi" disperati e quindi più temibili. Prossimi, secondo alcuni investigatori, a fare anche un ulteriore salto di qualità "stragista" o a colpire i magistrati più esposti in questa battaglia.

"Casa nostra", come ci piace chiamarla quando ci rivolgiamo contro qualche povero emarginato, sta bruciando e crollando al suolo.

Se veramente ci teniamo e se ci rimane un briciolo di amor proprio, per noi e per il nostro ed altrui futuro, non possiamo distogliere lo sguardo e andare oltre.Questa volta non c'è niente ad attenderci qualche metro più avanti.

Una nuova Strage di Capaci, oggi, significherebbe il collasso definitivo del nostro stato di diritto.

Dimostrerebbe l' impotenza dello Stato, la collusione della imprenditoria del Nord, la criminosa ignavia della stampa e la sottomissione della società civile.

Ultimamente, l' esecutivo di Centro Destra fa una gran mostra (ad oggi soltanto sui titoli dei quotidiani) dei muscoli.Minaccia, approva d' urgenza misure contro gli stranieri senza fissa dimora, elabora ed emana provvedimenti palesemente incostituzionali "per la sicurezza" ,manda pure l' esercito a presidiare discariche.

Ebbene, se si vuole usare la forza ed estirpare il seme della criminalità (e quindi della insicurezza, sfiducia ed instabilità) dal nostro paese, il governo «sarà più credibile se quella forza la userà anche - e senza risparmio, con più uomini e più risorse - contro questo clan mafioso. A cominciare dalla "caccia" senza quartiere a Michele Zagaria e Antonio Iovine, gli uomini della diarchia che, come ha spiegato Roberto Saviano, reggono oggi le sorti e gli affari dell'organizzazione. Sono latitanti da dieci anni. È giunto il tempo che la loro fuga finisca».

E ricordiamoci: senza l' impegno di ognuno non ce la faremo mai.

mercoledì 21 maggio 2008

Ingratitudine

Da: Corriere del Mezzogiorno



Ha cercato casa a Napoli per oltre un mese, lo scrittore Roberto Saviano, probabilmente desideroso di tornare in città dopo l'esperienza non felicissima ai Quartieri spagnoli, dove alloggiava oltre 2 anni fa. Ha cercato un'abitazione nel quartiere Vomero tramite una agenzia immobiliare, ma non c'è stato niente da fare: un gruppo di proprietari si è opposto alla volontà dello scrittore di prendere in fitto un appartamento. Secondo quanto riferisce il quotidiano Il Mattino, le trattative sono andate avanti per un mese, poi lo scrittore finito nel mirino dei Casalesi è stato definito non gradito.

Roberto aveva visionato sei appartamenti. Alla fine non se ne è fatto niente, sia perchè l’abitazione non era ritenuta soddisfacente ma soprattutto per il rifiuto che sarebbe stato opposto dai proprietari quando hanno saputo il nome di chi voleva affittare l’abitazione. In particolare, una delle proprietarie ha affermato che gli inquilini e i vicini dello stabile l'hanno messa in guardia: «Se fitti la casa a Saviano (un bivani in viale Raffaello, ndr), perdiamo la pace». A causa di tali pressioni l'autore del bestseller «Gomorra» averebbe definitivamente rinunciato all'idea.

Dal quartiere emerge una voce solidale. «Questa storia mi amareggia e delude - afferma Gennaro Capodanno del Comitato valori collinari - . Sono nato e vivo in questo quartiere da sempre e non mi riconosco affatto in alcuni, fortunatamente pochi, miei concittadini per gli atteggiamenti assunti nei confronti di un uomo che deve invece godere di tutto il nostro rispetto per le battaglie condotte contro la camorra». «Non ho una casa da affittare, ma se l’avessi gliela concederei volentieri in locazione. Anzi - conclude Capodanno - se ne ha piacere m’impegnerò insieme a lui a trovare una nuova abitazione nel quartiere».

venerdì 16 maggio 2008

L' italia in balia, II parte

Ecco l' ennesima dimostrazione dell' abietta ripugnanza che esibiamo ogni qual volta vogliamo risolvere un problema complesso.

Da bravi Ignoranti finiamo solo per peggiorarlo ed amplificarlo, facendo nient altro che negare ciò su cui si basa la nostra (sempre più precaria) convivenza.

Inutile dire che a giocare un ruolo centrale non è solo il nostro imbarazzante provincialismo culturale e la nostra propensione alla vergognosa deriva criminosa (quando camorra, quando cosa nostra, quando 'ndrangheta), ma anche alla scandalosa inettitudine ed approssimazione con la quale l' informazione da una parte, gli amministratori dall' altra, gestiscono queste questioni che hanno bisogno di tutto, meno che di questo.

"Le strade dell Odio" di Marco Imarisio

All’inizio è soltanto una colonna di fumo, un segnale che nessuno collega allo sciame di motorini che attraversano sparati l’incrocio di via Argine, due ragazzi in sella a ogni scooter.

L’esplosione arriva qualche attimo dopo, sono le bombole del gas custodite in una baracca avvolta dal fuoco. Le fiamme arrivano fino all’estremità dei pali della luce, il fumo diventa una nuvola nera e tossica, gonfia com’è di rifiuti e plastica che stanno bruciando. Le baracche dei Rom di via Malibrand sono un enorme rogo.

Ponticelli, ore 13.30, la resa dei conti con gli «zingari» è definitiva, senza pietà. Il traffico che impazzisce, il suono delle sirene, i camion dei pompieri, carta annerita che volteggia nell’aria, i poliziotti di guardia all’accampamento che si guardano in faccia, perplessi. Loro stavano davanti, quelli con il motorino sono arrivati da dietro. Allargano le braccia, succede, non è poi così grave, tanto i rom se n’erano andati nella notte. «Meglio se c’erano», si rammarica un signore in tuta nera dell’Adidas. «Quelli dovrebbero ammazzarli tutti». Parla dall’abitacolo della sua Punto, in bella evidenza sul cruscotto c’è un santino, «Santa Maria dell’Arco, proteggimi».

Il primo spettacolo, perché ce ne saranno altri, va in scena davanti alla Villa comunale, l’unica oasi verde, con annessa pista ciclabile, di questo quartiere alla periferia orientale di Napoli, dove l’orizzonte è delimitato dalle vecchie case popolari figlie della speculazione edilizia voluta da Achille Lauro. Un uomo brizzolato con un giubbotto di jeans sulle spalle è il più entusiasta. «Chi fatica onestamente può anche restare, ma per gli altri bisogna prendere precauzioni, anche con il fuoco». Il fuoco purifica, bonifica il terreno «da queste merde che non si lavano mai», aggiunge un ragazzo con occhiali a specchio, capelli impomatati, maglietta alla moda con il cuore disegnato sopra, quella prodotta da Vieri e Maldini. Siccome non c’è democrazia e lo Stato non ci protegge, dice, «la pulizia etnica si fa necessaria» e chissà se capisce davvero il significato di quella frase.

Quando si fanno avanti le televisioni, la realtà diventa recita, si imbellisce. Il donnone con la sporta della spesa che un attimo prima batteva le mani e inveiva contro i pompieri — «lasciateli bruciare, altrimenti tornano»—assume di colpo la faccia contrita, Madonna mia che disastro, poveracci, meno male che là dentro non ci stanno le creature. Il ragazzo con gli occhialoni a specchio diventa saggio all’improvviso: «Giusto cacciarli, ma non così». La telecamera si spegne, lui scoppia a ridere. Sotto a un albero dall’altra parte della strada c’è un gruppo di ragazzi che osserva la scena. Guardano tutto e tutti, nessuno li guarda. Sembrano invisibili. I loro scooter sono parcheggiati sul marciapiede. Il capo è un ragazzo con una maglietta nera aderente, i capelli tagliati cortissimi ai lati della testa. Tutti i presenti sanno chi è, ne conoscono con precisione il grado e la parentela. È uno dei nipoti del cugino del «sindaco » di Ponticelli, quel Ciro Sarno che anche dal carcere continua ad essere il signore del quartiere, capo di un clan di camorra che ha fatto del radicamento nel quartiere la sua forza. Quando vede che la confusione è al massimo, fa un cenno agli altri. Si muovono, accendono i motorini. Dieci minuti dopo, dal campo adiacente, quello di fronte ai palazzoni da dodici piani chiamati le Cinque torri, si alza un’altra nuvola di fumo denso e spesso. L’accampamento è delimitato da una massicciata di rifiuti e copertoni. Sono i primi a bruciare, con il fumo che avvolge le case popolari. La claque si sposta, ad appena 200 metri c’è un nuovo incendio da applaudire. I ragazzi in motorino scompaiono.

La radio di una Volante informa che ci sono fiamme anche nei due campi di via Virginia Woolf, al confine con il comune di Cercola. Sul prato bagnato ci sono un paio di rudimentali bombe incendiarie. I rom sono scappati in fretta. Nelle baracche ci sono ancora le pentole sui fornelli, gli zaini dei bambini. All’ingresso di una di queste abitazioni in lamiera e compensato, tenute insieme da una gomma spugnosa, c’è un quadro con cornice che contiene la foto ingrandita di un bimbo sorridente, vestito da Pulcinella. Florin, carnevale 2008, la festa della scuola elementare di Ponticelli. Alle 14.50 comincia a diluviare, una pioggia battente che spegne tutto. «Era meglio finire il lavoro», dice un anziano mentre si ripara sotto ad una tettoia della Villa comunale.
Mezz’ora più tardi, nel rione De Gasperi si vedono molte delle facce giovani che salivano e scendevano dai motorini. È il fortino dei Sarno, un grumo di case cinte da un vecchio muro, con una sola strada per entrare e una per uscire, con vedette che fingono di leggere il giornale su una panchina e invece sono pagate per segnalare chi va e soprattutto chi viene.
Ma questa caccia all’uomo non si spiega solo con la camorra.

Sarebbe persino consolante, però non è così.

Sotto al cavalcavia della Napoli-Salerno ci sono gli ultimi tre campi Rom ancora abitati. Dai lastroni di cemento dell’autostrada cadono fiotti di acqua marrone sulle baracche, recintate da una serie di pannelli in legno. Un gruppo di donne e ragazzi che abita nelle case più fatiscenti, quelle in via delle Madonnelle, attraversa la piazza e si fa avanti. «Venite fuori che vi ammazziamo», «Abbiamo pronti i bastoni». La polizia si mette in mezzo, un ispettore cerca di far ragionare queste donne furenti. Siete brava gente, dice, la domenica andate in chiesa, e adesso volete buttare per strada dei poveri bambini? «Sììììì» è il coro di risposta.

Dai pannelli divelti si affaccia una ragazza, il capo coperto da un foulard fradicio di pioggia. Trema, di freddo e paura. Quasi per proteggersi, tiene al seno una bambina di pochi mesi. Saluta una delle donne più esagitate, una signora in carne, che indossa un giubbino di pelo grigio. La conosce. «Stanotte partiamo. Per favore, non fateci del male ». La signora ascolta in silenzio. Poi muove un passo verso la rom, e sputa. Sbaglia bersaglio, colpisce in faccia la bambina. L’ispettore, che stava sulla traiettoria dello sputo, incenerisce con lo sguardo la donna. Tutti gli altri applaudono. «Brava, bravissima».
Avanti verso il Medioevo, ognuno con il suo passo.

domenica 11 maggio 2008

Peppino e quei 100 passi...

100 passi separavano le vostre case; abitavi a 100 passi dalla casa del tuo esecutore, a 100 passi dalla morte...


Scena tratta dal film "I cento passi" molto bello


"La mafia è una montagna di merda"

Con queste parole Peppino Impastato si è sempre battuto nella sua lotta alla mafia.

La notte tra l'8 e il 9 maggio 1978, Peppino, giornalista, attivista antimafia ed ex militante di Democrazia proletaria, veniva assassinato dagli uomini di Gaetano Badalamenti detto "Don Tano"o "u'zu Tanu", capomafia nella città di Cinisi (Sicilia). Badalamenti fu uno dei rifondatori della Cupola Mafiosa intorno al 1970, insieme ad i vari Stefano Bontade e i boss Corleonesi: prima Luciano Liggio poi Salvatore Riina il quale rappresentava la famiglia di Corleone.

Peppino nel 1978 si candidò alle elezioni comunali nelle fila di Democrazie Proletaria, ma purtroppo morirà prima delle elezioni, qualche giorno dopo l'esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi. Impastato venne ucciso con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo, simbolicamente, al Consiglio comunale. Infatti, il 14 maggio del 1978 Peppino fu eletto consigliere comunale con 260 voti e la lista Democrazia Proletaria conseguì il 6%: fu la prima volta che gli elettori votarono un morto.

Dove sarebbe arrivata oggi la tua battaglia non lo potremo mai sapere, ma sicuramente hai dato il "LA" alla lotta contro la mafia... Grazie...


A te Peppino, a te che ci hai insegnato che bisogna ribellarsi a questa merda...

martedì 29 aprile 2008

Si salvi chi può

Ecco l' unica fotografia veramente esplicativa di quello che ci aspetterà in questa XVI Legislatura.

mercoledì 23 aprile 2008

Gomorra sui nostri teleschermi!


La riduzione teatrale di Gomorra arriva clamorosamente e fortunatamente in televisione!

L’opera, da un’idea di Ivan Castiglione e Mario Gelardi, che cura la regia, inaugurerà il cartellone di Palcoscenico, il 25 aprile su RaiDue, in seconda serata. La riduzione televisiva dello spettacolo è stata girata proprio durante la messa in scena a Napoli, nel Ridotto del Teatro Mercadante. Si apre con il discorso pronunciato da Saviano, prima che il libro diventasse oggetto di culto, da un palco nella piazza di Casale di Principe. Lo scrittore sfidò i camorristi casalesi con un ardito quanto encomiabile:

"Non valete niente e ve ne dovete andare."

E’ Ivan Castiglione a pronunciare queste parole nello spettacolo: l’attore interpreta Saviano in un monologo che introduce al racconto.

Un grande atto di accusa contro la camorra, che il servizio pubblico, per una volta, non si lascia scappare.

(TvBlog)

giovedì 17 aprile 2008

Non ammainiamo le vele della lotta alla mafia


L'associazione LIBERA sta affrontando una nuova iniziativa per far conoscere all'Italia la realtà della mafia nella memoria di Peppino Impastato morto 30 anni fa per mano della mafia che egli stava combattendo. Tale iniziativa si chiama "Veleggiata della Legalità" e si tratta di una traversata del Tirreno a tappe da Sanremo a Cinisi (PA). L'imbarcazione è partita da Sanremo il 14 Aprile e arriverà a destinazione il 9 Maggio, durante la traversata l'imbarcazione sosterà in alcuni porti della costa tirrenica, così da informare la gente sulla lotta alla mafia.

Dal 20 al 23 Aprile l'imbarcazione sosterà presso il porto di Livorno, inoltre in città sono presenti diverse iniziative di contorno a questa (tra cui concerto con la partecipazione dei MCR)

per maggiori informazioni vedi il link:

http://www.libera.it/news.aspx?id=520
e per quanto riguarda Livorno:
http://www.saimicadove.it/tempolibero/evento.asp?Id=15191

sabato 5 aprile 2008

mercoledì 26 marzo 2008

La grande assente


C'è tempo per tutto, nell' odierno teatrino Politico che va in onda regolarmente, 24h su 24, nel nostro paese a reti unificate.

Per tutto meno che per il nostro problema sociale, politico, economico più grande: LA MAFIA.


Ce ne parla Roberto Saviano in questa intervista concessa a Marco Imarisio.

"Roberto Saviano è ancora un ragazzo. E ogni tanto riesce anche a sorridere, con le labbra che si tendono su una faccia sempre più tesa, sempre più pallida. Quando racconta della presentazione di Gomorra ad Helsinki, con lo speaker che lo introduce come «Roberto Soprano», e i finlandesi che sono lì soltanto per via della serie televisiva americana, riesce pure a ridere di «loro». Li chiama così, «loro». I suoi nemici. Come se fosse una questione personale, tra lui e i mafiosi di Casal di Principe che lo hanno costretto ad una vita infame, da animale braccato.
Quella di Saviano è una storia di paradossi. Con il suo libro ha avuto fama, celebrità, il traguardo del milione di copie vendute tagliato in questi giorni. Con il suo libro ha perso il resto, la libertà personale, la possibilità di vedere il mondo con i propri occhi.


«È come se mi sentissi sempre in colpa» sintetizza così il suo stato d'animo, come se qualcuno andasse da sua madre a chiedere «cosa ha fatto tuo figlio?»

Ad un certo punto, Saviano si era anche convinto che in Italia ci fosse qualcuno disposto a condividere la sua ossessione.Da Walter Veltroni alla Sinistra Arcobaleno, passando per il Popolo della Libertà, sponda An, tutti hanno cercato l'autore di Gomorra, blandendolo con la lotta al potere mafioso.

«Ma non è il mio mestiere. Non si può parlare di mafia ad una sola parte politica. È un argomento sul quale non ci si può permettere di essere partigiani. La mia responsabilità è la parola ».

Chi è stato il più insistente?

«Quando Veltroni mi ha chiamato nel suo ufficio al Campidoglio, abbiamo parlato a lungo di mafia e appalti. Mi disse che quello sarebbe stato uno dei primi punti della sua agenda».

Promessa mantenuta?
«Non mi sembra. Ma il Pd è in buona compagnia. Purtroppo, la lotta alla mafia è la grande assente di questa campagna elettorale, a sinistra come a destra».

Altri pretendenti?

«Fausto Bertinotti mi ha fatto arrivare una proposta tramite l'assessore regionale campano Corrado Gabriele. Io ho molto apprezzato il lavoro di Forgione alla commissione antimafia, ma credo che anche la sinistra debba fare outing, e ammettere di non essere stata così rigorosa nell'allontanare gli affaristi collusi con la mafia».

Avanti con l'elenco delle avances.

«Alleanza nazionale mi ha mandato messaggi di apprezzamento. Persino l'Udeur prima che si dissolvesse».

Destra, sinistra, centro.

«Io sono cresciuto in una terra dove Pci e Msi stavano dalla stessa parte, contro la camorra. E vorrei tanto che il centrodestra riprendesse i valori dell'antimafia, quelli che aveva Giorgio Almirante e che avevano ispirato Paolo Borsellino. Li vedo trascurati, nonostante una base che al Sud ha voglia di sentirli affermare».

A sentirla, non sembra che il Pd sia molto più attivo.

«Affatto. Anzi, a Veltroni ho detto che a mio parere anche il centrosinistra ha commesso molti errori in questi anni».

Il più grande?

«L'intellighenzia di sinistra dà sempre per scontato che la mafia stia dal-l'altra parte. Il complesso di superiorità applicato alla criminalità organizzata. Credersi immune dalle infiltrazioni, pensare che questo sia sempre e solo un problema degli altri. Le dico di più: spero che il Pd riesca a non aver paura di perdere le elezioni pur di cambiare. Solo così potrà davvero vincere».

Dove vuole arrivare?
«Spero che non abbia paura di parlare del voto di scambio, di denunciarlo. Fino ad ora non lo ha fatto nessuno. Ed è il voto di scambio che determinerà l'esito delle prossime elezioni. Si vince o si perde nei piccoli paesi, dove il clientelismo è l'unica moneta corrente. Si vincono le elezioni per bollette pagate, cellulari regalati, di questo bisogna parlare. La vera sfida sarebbe quella di non svendere il voto. E alzare la voce, denunciare».

E invece?

«Il grande silenzio. La mafia è la più grande azienda italiana, il suo giro d'affari è il triplo di quello della Fiat. È innaturale che non se ne parli in campagna elettorale. Ma è così. Al massimo qualche cosa simbolica, una celebrazione, qualche commemorazione. Una rimozione bipartisan».

Si è chiesto il perché?

«È un tema pericoloso sul piano della comunicazione. Se qualcuno parla di mafia, molta gente pensa che si stia occupando soltanto di una parte ben circoscritta del Paese, che si interessi di cose ai margini, lontane. Nessuno è riuscito a far passare l'idea che la mafia sia qualcosa che riguarda anche Milano, Parma, Roma, Torino. È tornata ad essere un fatto esotico, lontano, noioso». «Non valete niente».

Era il 23 settembre 2006 quando sfidò i boss di Casal di Principe a casa loro. Lo rifarebbe?
«A vedermi da fuori, come se non fossi stato io, lo rifarei. Ma sarei falso se non dicessi che con quel gesto ho distrutto la mia vita. Mi è diventato impossibile vedere il mondo, confrontarmi con altre persone, poter sbagliare. Sono diventato un simbolo, ma in cambio ho perso tutto».

Quando ha scritto Gomorra, cosa si aspettava?

«Confesso l'ambizione. Volevo fare un libro che davvero cambiasse le cose. All'inizio, la camorra lo ignorò. I miei problemi cominciarono verso le centomila copie. La gente pensa che io sono come Salman Rushdie, colpito da una fatwa della camorra. Ma non è così. Lui rischia per quel che scrive, io perché mi leggono. Non è Saviano ad essere pericoloso, ma Gomorra e i suoi lettori».

Il disinteresse della politica rende più difficile la sua situazione?

«Acuisce la solitudine, questo sì. Gomorra ha fatto sì che la letteratura diventasse un problema per la mafia. Parlarne è un modo per fermarli. Perché la politica non fa lo stesso? È come se questo paese non accettasse di essere raccontato così. Ma è il silenzio che ci distrugge».

Se pensa al suo futuro, cosa immagina?

«Spero di riavere la mia libertà, un giorno. Come un ragazzino, immagino di aprire la porta e poter camminare in strada, da solo. Ma è solo un sogno».

E la realtà?

«Me la faranno pagare. Troveranno un modo per colpirmi. Prima con la diffamazione, diranno che è tutto falso, l'operazione di un ragazzotto assetato di visibilità. Poi chissà. È l'unica certezza che ho».

sabato 15 marzo 2008

Maxiprocesso, questo sconosciuto

Grazie all' informazione Italiana, sappiamo tutto suglla battona che si è portato a letto Sptizer e NIENTE sul secondo maxi processo italiano, il più grande (“è un maxiprocesso che per estensione, qualità e intensità criminale ed economica, non ha eguali”) degli ultimi anni (che, ricordiamolo, mette sotto accusa quella che, con novanta miliardi di fatturato annuo, è la prima "azienda" italiana):


SPARTACUS



Attualmente suddiviso in varie tranche, il processo spartacus I è quello "conclusosi" più di recente e di origine più risalente.

La sentenza in primo grado si è avuta nel 2005, ben 10 anni dopo il primo blitz.

I numeri sono eloquenti: Oltre 115 persone processate, 21 gli ergastoli, oltre 750 anni di galera inflitti.
I documenti della D.I.A. delineano il quadro con maggiore precisione:

"L’operazione - avviata nel 1993 con lo scopo di aggredire i clan camorristici dominanti nella provincia di Caserta ed, in particolare, quello dei casalesi - ha consentito l'emissione di oltre 300 ordinanze di custodia cautelare in carcere nonché il sequestro e la confisca di beni per migliaia di miliardi di lire. Si è proceduto al sequestro di 199 fabbricati, 52 terreni, 14 società, 12 autovetture e 3 imbarcazioni per un valore complessivo di 354 miliardi di lire. Inoltre sono stati sequestrati beni mobili ed immobili, frutto di attività illecite, per un valore complessivo di circa 400 miliardi di lire. Tra gli arrestati figurano uomini politici, appartenenti alle Forze di Polizia, nonché imprenditori campani."

Dopo un’ora di lettura della sentenza (3200 pagine ) si è posto fine ad un processo lungo e sofferto che ha visto sfilare oltre 500 testimoni, per un totale di quasi 730 udienze.

Fino all’ultimo ci sono stati tentativi per fermare questo processo, soprattutto quello grave e indecente di appellarsi alla legge Cirami (legge varata dal governo Berlusconi) da parte di tutti i boss alla sbarra.

Ecco a che cosa porta la sconsideratezza della politica svolta nei salotti romani che difende gli interessi di pochi, e non quelli di tutti i cittadini italiani. Possiamo mai incolpare i capo clan anche del fatto che si appellano ad una legge dello Stato Italiano? No, non credo proprio.

Forse, una volta tanto bisognerebbe condannare chi le propone certe leggi. Anche per questo si è voluto un profondo silenzio della stampa italiana.

Immaginate cosa sarebbe successo se il Corriere della Sera o Repubblica avessero titolato “ Riina si appella alla Cirami?”.

Ma al posto di Riina (nome famoso ormai) si sarebbe dovuto scrivere Schiavone o Bidognetti, ma chi sono se la stampa non sensibilizza l’opinione pubblica?

Spartacus I è stato anche il processo dei migliaia e migliaia di proiettili sparati nel corso di molti anni, di persone scomparse e di violenze feroci e inaudite. Di sangue sparso a quintali per le campagne e le strade dell’assolato Sud. Di cervelli e ossa spappolati sotto i colpi di mazze e martelli. Di minacce e intimidazioni a pentiti, collaboratori e testimoni. Di barbarie medievale negli anni 2000. Si parla molto nel mondo e in Italia di notizie censurate. Forse la camorra rientra in una di queste.

Ma proprio nessuno in qualche redazione dei grandi giornali nazionali ha un moto di sdegno per il proprio silenzio?

Evidentemente no.Esso è totale e colpevole.

Nel processo Spartacus, il più grande processo di mafia degli ultimi 15 anni, che il giorno della sua sentenza non ha ricevuto attenzione sulla stampa nazionale, la camorra tenta in appello di veder decadere i suoi 21 ergastoli. Ma sarebbe gravissimo se si lasciasse al suo destino uno dei pochissimi tentativi fatti in questa terra per ostacolare i ras del cemento criminale.

I collegi difensivi dei clan, l'enorme esercito di avvocati che hanno a disposizione le varie famiglie camorristiche - Schiavone, Bidognetti, Zagaria, Iovine, Martinelli - vogliono soprattutto silenzio, minimizzazione, vogliono che lo sguardo vada altrove. Vogliono spingere l'interesse nazionale a vedere queste vicende come scarti di periferia, aiutati spesso dalla nausea di una classe intellettuale distante da questi meccanismi e da una classe politica che quando non ne è invischiata non ne riesce più a comprendere le dinamiche.

Addirittura ora ora i boss del clan casalesi, puntando il dito contro una giornalista del Mattino, il pm antimafia Raffaele Cantone e «contestando» alcuni passaggi del bestseller Gomorra di Roberto Saviano definendolo «prezzolato pseudogiornalista», chiedono addirittura di spostare il processo a loro carico - il superprocesso Spartacus - in altro distretto giudiziario, per «legittima suspicione» ossia per «carenza di libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo» (si osa sollevare cioè il sospetto che, nei loro confronti, vi sia un'azione premeditata di condizionamento dei giudici, dovuta anche a niente popò di meno che al libro di Roberto Saviano, Gomorra «L'intervento di Roberto Saviano sul silenzio legato alla sentenza Spartacus (nelle pagine di Gomorra, ndr) non può non turbare gli animi dei giudici definiti dal prezzolato pseudogiornalista come degli inetti, incapaci, insensibili alla sete di giustizia della collettività»)


E' anche per questro che nei prossimi mesi non bisognerà togliere lo sguardo dall'appello del processo Spartacus.
I boss non hanno condanne definitive, la Cassazione annulla tanti ergastoli. É fondamentale che non si dissolva l'attenzione nazionale (É interessante ascoltare le intercettazioni dei capizona, degli imprenditori dei clan anche per capire come per loro sia fondamentale che l'interesse nazionale sia attirato dalla guerra in Iraq, dai Dico e più d'ogni altra cosa dal terrorismo di ogni matrice), che si segua l'odore del cemento, perché cemento, rifiuti, trasporti, supermercati smettano di essere i serbatoi del riciclaggio e dell'investimento principe dei clan. Altrimenti sarà troppo tardi. Non ci sarà più confine di differenza, posto che ce ne sia ancora alcuno tra economica legale ed illegale.
Temo che possa accadere che ogni parola che racconti queste dinamiche diventi muta, incomprensibile, come proveniente da un mondo che si crede distante; che ogni inchiesta giudiziaria divenga semplicemente un affare tra giudici, avvocati ed incriminati da sbrigare nel tempo più lungo possibile e nello spazio d'attenzione più ristretto e dove persino i morti ammazzati divengono un male fisiologico; qualcosa che non può che andar così.

Temo possa accadere che le parole che raccontano tutto ciò diventino incomprensibili.

Si rischia, per dirla con Elie Wiesel, di scrivere "non per comunicare ciò che è accaduto ma per mostrarvi ciò di cui non saprete mai".

I NOMI E LE PENE DEI CONDANNATI




A breve: Spartacus I, Spartacus II e gli affari dei Boss nel centro nord

giovedì 6 marzo 2008

Farsi sentire serve!!


Cosa Nostra lo ha condannato a morte ed il PD lo abbandona.

Ecco quello che accade nella "nuova politica" del Paese.

Il cosiddetto rinnovamento [...]
***AGGIORNAMENTO*** Di Pietro offre un seggio sicuro a Lumia. Grazie di cuore Ministro!
***AGGIORNAMENTO*** Veltroni ci ha ripensato e lo ha candidato come capolista al Senato in Sicilia!!