venerdì 29 febbraio 2008

Tanta Fatica E Poi... Ma La Lotta Continua

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La Cassazione scarcera il figlio di Totò Riina, Giuseppe Salvatore, terzogenito del boss, in cella dal 2002 per associzione mafiosa e estorsione. Appartenente a Cosa Nostra come il padre, è stato scarcerato dopo la decisione della Suprema Corte per scadenza dei termini! Il ministro Scotti (nuovo ministro della Giusitzia, dopo le dimissioni del ceppalonico Mastella)chiede chiarimenti, sconcertato da questa scarcerazione
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La Corte di Cassazione ha disposto la scarcerazione, per scadenza dei termini, di Giuseppe Salvatore Riina, 27enne figlio terzogenito del boss di Corleone Totò Riina, detenuto al 41 bis nel carcere di Sulmona. Riina jr, in cella dal 2002, ha lasciato il carcere ieri pomeriggio Ai cronisti che lo attendevano il giovane ha detto, sorridendo, di non avere «nulla da dichiarare» (O_o).
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Riina jr fu accusato di associazione mafiosa ed estorsione e condannato in primo grado a 14 anni e 6 mesi. In appello la pena era stata ridotta a 11 anni e 8 mesi. La Corte di Cassazione, però, aveva annullato senza rinvio la condanna per estorsione e con rinvio quella per associazione mafiosa. Il processo era tornato davanti ad un'altra sezione della Corte d'Appello di Palermo che aveva condannato nuovamente Riina per l'associazione mafiosa a 8 anni e 10 mesi.
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I legali, intanto, avevano fatto ricorso al tribunale del Riesame di Palermo contro la custodia cautelare in carcere del figlio del capomafia di Corleone, sostenendo che nel frattempo erano decorsi i termini di carcerazione. I giudici della libertà l'avevano respinto. I difensori si sono rivolti a questo punto alla Cassazione «che ha annullato la misura senza rinvio, disponendo la liberazione immediata di Riina».
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La scarcerazione di Riina jr però è destinata a far discutere. Il ministro della Giustizia, Luigi Scotti, ha chiesto di ricevere «con la massima urgenza, le necessarie informazioni». Nel sottolineare «la gravità dei reati contestati a Riina e l'allarme sociale che ne deriva», il Guardasigilli ha scritto personalmente al presidente e al procuratore generale della Corte d'Appello di Palermo, «per conoscere i tempi delle singole cadenze processuali e del passaggio dei fascicoli da un grado di giudizio all'altro e per sapere se si siano verificati eventuali ritardi o disfunzioni nella gestione dell'iter del procedimento».
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«Profondamente amareggiato» in seguito alla scarcerazione del figlio del boss si è detto il ministro dell'Interno Amato. «L'episodio è grave ma voglio assicurare che le forze dell'ordine non si scoraggeranno per questo e proseguiranno l'offensiva che sta portando grandi successi nella lotta alla mafia», infatti per questo Amato si è subito messo in contatto con il Capo della Polizia Antonio Manganelli. «Il figlio di Riina sappia che, se deciderà di tornare ad abitare a Corleone, vigileremo sulla sua presenza in paese» ha detto il sindaco di Corleone Antonino Iannazzo. «La notizia della scarcerazione ci allarma moltissimo» è stato il commento del leader del Pd Walter Veltroni.
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Ora, facciamo tanta fatica per catturare tutti questi CRIMINALI, e ce li facciamo "scappare" così?! Per scadenza dei termini?!? NO, QUESTO NO!
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Comunque, ieri Nunzio Di Lauro, figlio del boss Paolo Di Lauro, capo dell’omonimo clan di Secondigliano, è stato arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Caserta, in un appartamento ad Ischitella, sul litorale domitio. Nunzio Di Lauro era uno dei due figli del boss ancora in libertà. E' rimasto solo Marco Di Lauro in libertà.
Nunzio Di Lauro, 23 anni, si trovava a Ischitella con la moglie e il figlio di 4 anni. Era ricercato per associazione camorristica e per omicidio per aver massacrato uccidendo di botte un pensionato, prima di passargli sul corpo con il motorino.
Nunzio reggeva il clan dopo l'arresto dei fratelli Cosimo e Vincenzo Di Lauro, e soprattutto dopo l'arresto del padre Paolo Di Lauro, «Ciruzzo 'o milionario», avvenuto nel settembre 2005. .
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Sono sempre meno, siamo sempre PIU' FORTI. Stiamo ripulendo l'Italia da questa feccia, CONTINUIAMO A LOTTARE E A CREDERE IN QUESTA BATTAGLIA!
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(Fonte: Il Corriere)

giovedì 28 febbraio 2008

Grazie Aldo


La gatta frettolosa fa i gattini ciechi, ha sempre pensato sua eccellenza Aldo Monfeli.
Lui no, mai stato frettoloso. Anzi.

Sei anni dopo esser andato in pensione lasciando la presidenza della sezione giurisdizionale della Corte dei Conti della Calabria, continua a depositare le vecchie sentenze dopo averci riflettuto sette, otto, nove anni. Gli altri pensionati vanno ai giardinetti, lui deposita sentenze. Ponderate. Molto ponderate.

Romano ma sposato con una signora di Lametia Terme e calabrese d'adozione, piccolo, minuto, pignolo, Aldo Monfeli era stato presidente della Sezione giurisdizionale della Corte dei Conti regionale, con sede a Catanzaro, fino a metà del 2002. Quando, raggiunti i limiti di età, era andato finalmente a riposo. Lasciandosi dietro una lunga scia di sentenze che aveva emesso, decidendo assoluzioni e condanne, senza mai depositarle. Col risultato che gli avvocati difensori degli imputati, pur potendo puntare sulla prescrizione, non avevano neppure potuto fare ricorso.

Non bastasse, nel momento chiave gli era pure morto Francesco Iraci, il magistrato che gli aveva fatto da spalla in un sacco di processi e che avrebbe potuto depositare lui tutti quei verdetti in sospeso. «Eccellenza dottor Monfeli, e adesso?». «Tranquilli, ve li faccio in pensione», rispose il giorno dell'addio. E da allora, pian pianino, ha depositato 23 vecchie sentenze nel 2003, 5 nel 2004, 7 nel 2005 e dopo essersi preso nel 2006 un anno di riposo senza stendere neppure un verdetto, si è rifatto vivo con 6 deliberazioni depositate nel 2007 e una nel 2008. Totale: 42 sentenze (una ammiccò d'averla ritrovata dietro un calorifero dov'era chissà come scivolata) in cinque anni e passa.

L'ultima, registrata il 16 gennaio scorso, riguardava l'assoluzione di un funzionario comunale, un certo Michele Scalercio, responsabile del servizio di Ragioneria del municipio di San Fili, per un presunto dirottamento di sei mandati di pagamento destinati alla Regione e finiti nelle casse di una fantomatica «As. Mez.» (associazione mezzogiorno) di cui lui stesso figurava essere il legale rappresentante. Motivo dell'assoluzione: prima di citarlo in giudizio per danno erariale e danno all'immagine del comune di San Fili, il procuratore regionale della Corte dei Conti doveva invitare formalmente l'uomo a depositare, entro 30 giorni, le proprie deduzioni. Ma le ragioni e i torti, quali che fossero, sono quasi secondari rispetto alle date: la sentenza depositata a metà gennaio di quest'anno era stata emessa infatti sotto la presidenza di Aldo Monfeli nel lontano 8 marzo del 2000. Quando il presidente americano era ancora Bill Clinton, il centravanti della Juventus era Daniel Fonseca, George Clooney doveva ancora girare «Ocean's eleven» e si usavano ancora le lire.

E non era neppure il record.

Il suo primato personale, che dovrebbe essere adeguatamente segnalato nel «Guinness World Records», Sua Eccellenza Monfeli lo mise a segno infatti il 21 giugno scorso, solstizio d'estate e festa di San Luigi Gonzaga. Fu in quella data memorabile che depositò ben tre sentenze emesse il 24 giugno 1998. Cioè tre giorni prima che scoccassero i nove anni di attesa.Ammettetelo: tre miracoli.

Di quel lontano 1998 tutti noi, comuni mortali, fatichiamo a ricordare la prima visita di Giovanni Paolo II a Cuba, la tragedia della funivia del Cermis abbattuta da un aereo di piloti yankee in vena di acrobazie o la morte del sanguinario Pol Pot.Lui no: il giudice a riposo ricordava tutto. Non solo che il nodo era il danno erariale causato nel 1991 (quando a palazzo Chigi c'era Giulio Andreotti e alla funzione pubblica Remo Gaspari) dai dirigenti dell'Asl numero 31 della Calabria (su tutti il controverso Francesco Gangemi, poi coinvolto in inchieste varie) colpevoli di avere promosso vari infermieri che non ne avevano diritto. Ma ricordava nomi, cognomi, date di nascita, prove a carico, documenti a discolpa: tutto. Compresi gli interventi dei legali: «L'avvocato Morabito, a sua volta, ha argomentato ampiamente a proposito dell'intervenuta prescrizione e — diversamente da quanto opinato dalla Procura — della natura non permanente dell'asserito illecito, bensì istantanea con effetti permanenti, con le conseguenze che da tale distinzione derivano con riferimento all'individuazione del dies a quo ai fini degli effetti del decorso del tempo».
Un mostro. Al cui confronto lo stesso Pico della Mirandola, che passava per avere una memoria di ferro, impallidisce.
Tratto da un articolo di Gian Antonio Stella

Io quest uomo, per la sua etica del Lavoro e per la sua immensa dedizione e rispetto delle Istituzioni (e dell' Italia stessa), voglio ringraziare.

Esempio di dover essere a cui tutti dovremmo ispirarci.


Se si vuole, si può.

mercoledì 27 febbraio 2008

Laureati


Dirimere un'ambiguità lessicale è un problema per un laureato su cinque. A dir la verità, anche solo comprendere la frase che avete appena letto è un problema per un laureato su cinque. "Termini come dirimere, duttile, faceto, proroga si trovano comunemente sui giornali, ma per molti italiani con pergamena appesa al muro sono parole opache".

Luca Serianni, linguista all'università di Roma 3, ne fece esperienza diretta un giorno nell'ambulatorio di un dentista cui s'era rivolto per un'urgenza. "Con le mie lastrine in mano chiamò al telefono un collega per avere un parere: "Senti caro, aiutami a diramare un dubbio...".
E il professore sudò freddo: "Un medico che non sa maneggiare le parole è un medico che non legge, quindi non si aggiorna, quindi forse non sa maneggiare neanche un trapano".

Analfabeti con la laurea. Non è un paradosso. E nessuno s'offenda: ci sono riscontri scientifici. Il report 2006 del ramo italiano dell'indagine internazionale All-Ocse (Adult Literacy and Life Skill), coordinato dalla pedagogista Vittoria Gallina, non lascia spazio a dubbi: 21 laureati su cento non riescono ad andare oltre il livello elementare di decifrazione di una pagina scritta (il bugiardino di un medicinale, le istruzioni di un elettrodomestico). E non sanno produrre un testo minimamente complesso (una relazione, un referto medico, ma anche una banale lettera al capo condominio) che sia comprensibile e corretto.

Una minoranza? Sì: un laureato italiano su due, per fortuna, raggiunge il quinto e massimo livello. Ma è una minoranza terribilmente cospicua, anche se si maschera bene.

Negli Usa tre anni fa fu uno shock scoprire che i graduate fermi al livello base sono il 14%. Da noi il buco nero si manifesta a tratti, in modo clamoroso, come un mese fa, a Roma, al termine dell'ultimo dei concorsi per l'accesso alla magistratura. Preso d'assalto da 4000 candidati, in gara per 380 posti. Nonostante questo, 58 posti sono rimasti scoperti: 3700 candidati, tutti ovviamente laureati (magari anche più) hanno presentato prove irricevibili sul piano puramente linguistico. "Per pudore vi risparmio le indicibili citazioni", commentò uno dei commissari d'esame, il giudice di corte d'appello Matteo Frasca.

Il campanello d'allarme dovrebbe suonare forte. Non si tratta più di scandalizzarsi (e divertirsi) per gli strafalcioni nozionistici degli studenti.
No, episodi come il concorso di Roma mettono a nudo il grado zero del problema.

Stiamo parlando di chi è senza parole. Di chi dopo cinque (sei, sette...) anni di studio universitario non è riuscito a mettere nella cassetta degli attrezzi le chiavi inglesi del sapere: grammatica, ortografia, vocabolario. Analfabetismo: anche questa parola sembrava scomparsa dal lessico, ma per esaurimento di funzione. Consegnata ai ricordi in bianco e nero del maestro Manzi. Falsa impressione, perché di italiani che non sanno leggere né scrivere se ne contavano ancora, al censimento 2001, quasi ottocentomila. Se aggiungiamo gli italiani senza neanche un pezzo di carta, neppure la licenza elementare, arriviamo a sei milioni, con allarmanti quote di uno su dieci nelle regioni meridionali. Ma almeno sono numeri che scendono. Aggrediti dal lavoro di meritorie istituzioni come l'Unla, capillarmente contrastati dai corsi ministeriali di alfabetizzazione funzionale per adulti dell'Indire (frequentati l'ultimo anno scolastico da 425 mila persone, tra cui, guarda un po', 30.407 laureati, in gran parte, però, stranieri).

Nobilmente contrastato ai livelli più bassi della scala del sapere, però, ecco che l'analfabetismo riappare dove meno te l'aspetti: ai vertici.

Gli studiosi, è vero, preferiscono chiamarlo illetteratismo: non si tratta infatti dell'incapacità brutale di compitare "l'abicì", di decifrare una singola parola; ma della forte difficoltà a comunicare efficacemente e comprensibilmente con gli altri attraverso la scrittura. Ma non è proprio questo l'analfabetismo più minaccioso del terzo millennio?

Nadine Gordimer, per il bene della sua Africa, è di questo analfabetismo relativo che ha più paura: "Saper leggere la scritta di un cartellone pubblicitario e le nuvolette dei fumetti, ma non saper comprendere il lessico di un poema, questa non è alfabetizzazione".

Siamo sicuri che l'Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica? Proprio no. Per niente sicuri. Quanti, del nostro già magro 8,8% di laureati (la media dei paesi Ocse è del 15%), leggono ogni giorno qualcosa di più delle réclame e delle didascalie della tivù? Quanti invece sono prigionieri più o meno consapevoli di quella che Italo Calvino chiamò l'antilingua? Non saper scrivere nasconde il non saper leggere. Sette laureati su cento non leggono mai (e sono quelli che hanno il coraggio di dichiararlo all'Istat: mancano quelli che se ne vergognano). Altri sette leggono solo l'indispensabile per il lavoro: e siamo già vicini al fatidico uno su cinque.

Ma andiamo avanti: uno su tre possiede meno di cento libri, praticamente solo i suoi vecchi testi scolastici. Uno su cinque non ha in casa un'enciclopedia. Quasi nessuno (73 per cento) va in biblioteca, e quando ci va, raramente prende libri in prestito. "Manca il tempo", "sono troppo stanco", le scuse più comuni. Ma ci sono anche quelli che non accampano giustificazioni imbarazzate, anzi rivendicano il loro illetteratismo come atteggiamento moderno e aggiornato: "leggere oggi non serve", "è un medium lento", "preferisco altre forme di comunicazione sociale".

"La società sprintata", come la chiama il pedagogista Franco Frabboni, preside di Scienze della formazione a Bologna, uno degli autori della riforma universitaria, è arrivata negli atenei. E gli atenei la assecondano: "La trasmissione del sapere universitario è regredita dalla scrittura all'oralità", spiega. Nelle aule della nostra istruzione superiore, il grado di padronanza della lingua italiana non è mai messo alla prova. Persino l'arte dell'argomentazione orale, ponte fra i due universi semantici, è svanita, racconta Frabboni: "Professori sempre più incerti fanno lezione con diapositive, seguendo una traccia fissa. Ai laureandi si lascia esporre la tesi con presentazioni Powerpoint. I "test oggettivi" d'ingresso sono crocette su questionari". La competenza linguistica non è considerata un pre-requisito indispensabile: "Devi guadagnarti cinque crediti per la lingua straniera, e cinque per l'informatica, ma non c'è alcun obbligo per quanto riguarda la buona pratica dell'italiano".

Un tacito accordo fissa tetti massimi di lettura ridicoli per i testi d'esame: "Quando un professore assegna più di 150-180 pagine, davanti al mio ufficio c'è la fila di studenti che protestano".

Protestano, e poi si sfracellano contro il muro dell'esame.

Sugli esiti dell'idiosincrasia per la lettura, agenzie private di tutoraggio hanno costruito imperi aziendali, come il Cepu, diecimila studenti l'anno. "Ci chiedono di aiutarli a passare un esame", racconta il responsabile marketing Maurizio Pasquetti, "ma scopriamo quasi sempre che alla radice c'è la difficoltà o la paura di affrontare testi scritti. Escono da scuole superiori abituati a libri di testo ancora simili a quelli delle elementari, con testi spezzettati, già schematizzati, con tante figure e specchietti: di fronte al terribile "libro bianco", fatto solo di pagine di scrittura continua, restano terrorizzati".

"In Francia e Germania gli atenei organizzano gare di ortografia ", sospira il professor Serianni. Da noi è difficile perfino reclutare iscritti per i laboratori di scrittura che alcuni atenei, allarmati, hanno messo a disposizione degli studenti in debito di lingua. Quello di Modena è affidato al professor Gabriele Pallotti: "Di solito comincio da virgole e apostrofi...". Pallotti nel cassetto tiene una cartellina di orrori: email, biglietti affissi alle bacheche, "esito profiquo", "le chiedo una prologa", "attendo subitanea risposta". Ma correggere le asinate non è ancora abbastanza. "Saper annotare correttamente parole sulla carta non è saper scrivere" spiega. "Parlare e scrivere sono due diversi modi di pensare. Troppi ragazzi escono dall'università sapendo solo trascrivere la propria oralità, ovvero un flusso continuo di idee non ordinato e difficilmente comunicabile. Cioè restano mentalmente analfabeti".

Ma se avessero ragione loro? Perché alla fine si scopre che il laureato analfabeta non fa necessariamente più fatica a trovare lavoro rispetto ai suoi quattro colleghi più letterati.
Le imprese non sembrano granché interessate a selezionare i propri quadri dirigenti sulla base delle competenze linguistiche di base. E non perché non si accorgano delle deficienze dei loro nuovi assunti. Parlare con Carlo Iannantuono, responsabile delle risorse umane per la filiale italiana della Sandik, una multinazionale del ramo macchine per cantieri, reduce da una lunga selezione di personale laureato, è come farsi raccontare una serata allo Zelig: "Quello che se potrei, quello che s'è laureato per il rotolo della cuffia (e si vede), quello che glielo dico così, an fasàn (e io: e dü pernìs...)...".
Gli analfabeti conclamati, calcola, sono solo un 3-4 per cento, ma molti altri non sembrano pienamente padroni delle loro parole. E lei li assume lo stesso? "Dipende", si fa serio, "noi cerchiamo bravi venditori. Quello che deve discutere con i dirigenti della Snam è meglio sappia i congiuntivi. A quello che deve convincere un capocantiere della Tav forse serve di più un buon paio di stivali di gomma".

"Non c'è alcuna sanzione sociale verso l'analfabetismo con laurea", commenta con sconforto Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici italiani. Forse perché non si riconoscono immediatamente, si mascherano bene da alfabetizzati. "Fino a cinquant'anni fa l'incompetenza linguistica era palese: otto italiani su dieci usavano ancora il dialetto. Oggi il 95 per cento degli italiani parla italiano. Ma che italiano è? Solo in apparenza parliamo tutti la stessa lingua. Quando si prende in mano una penna, però, carta canta, e le stonature si sentono".

Non è una questione di stile: l'analfabetismo laureato può fare danni concreti. Il paziente che legge sulla sua prescrizione medica "una pillola per tre giorni", alla fine del terzo giorno avrà preso tre pillole o una sola?


"Ci sono guasti immediati come questo. Ci sono guasti a medio e lungo termine, e ben più pericolosi. Chi non legge smette anche di studiare. In Italia solo un venti per cento di quadri segue corsi di aggiornamento: quattro volte meno della media europea. Una classe dirigente male alfabetizzata, quindi non aggiornata, è la rovina di un paese, molto più di un crollo della Borsa". Chi parla male pensa male e vive male: è ormai un aforisma, quella battuta di Nanni Moretti. Se pensa male anche solo un quinto dell'élite dirigente, per De Mauro è un'emergenza nazionale: "Per il futuro economico del nostro paese migliorare l'italiano degli imprenditori, dei professionisti, dei politici, è perfino più vitale e urgente che migliorare i salari dei dipendenti. E non lo prenda come un paradosso".


Tratto da un articolo di Michele Smargiassi

martedì 26 febbraio 2008

Il Dramma Di Gravina

Tutti sappiamo cosa è successo lo scoso giugno 2006 a Gravina Di Puglia, cioè la scomparsa dei piccoli Ciccio e Tore Pappalardi.
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Ieri l'epilogo di questa vicenda, una fine orribile. Dopo la caduta di Michele (13 anni) all'interno di una cisterna, mentre giocava con i suoi amici a pallone nell'atrio di un casolare abbandonato del centro cittadino. Subito è scattata una corsa contro il tempo per salvarlo. Durante le operazioni di soccorso Michele piangeva spaventato e continuava a chiedere aiuto. Poi è stato raggiunto dagli agenti del nucleo alluvioni dei vigili del fuoco, imbragato e tirato fuori. È stato visitato dal medico del 118 che ha diagnosticato la frattura di tutte e due le gambe a causa della caduta. Portato in ambulanza all'ospedale di Altamura, è stato ricoverato in terapia intensiva e sottoposto a un intervento chirurgico perfettamente riuscito.
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Proprio in seguito a questo episodio, la tragica scopereta, il ritrovamento di 2 piccoli corpi mummificati in fondo alla cisterna, è stato subito collegato alla scomparsa dei 2 fratellini di Gravina (che furono visti giocare vicini a questo pozzo)... In serata le prime ipotesi «Abbiamo la sensazione, benchè debba essere confortata con i dati tecnici, che abbiano subito un'orribile morte». Lo ha dichiarato il procuratore della Repubblica di Bari, Emilio Marzano, uscendo dal luogo in cui sono stati trovati i corpi senza vita di Francesco e Salvatore Pappalardi. Col passare delle ore infatti sembra sempre più verosimile che i due fratellini non sarebbero morti subito dopo la caduta e a seguito di qualsiasi trauma subito: è probabile che siano deceduti a causa del freddo e per fame. Fonti vicine alle indagini sosterrebbero questa tesi «a prescindere dal fatto che i due ragazzini siano caduti o siano stati scaraventati da qualcuno nella cisterna». Le stesse fonti precisano che i corpi sono mummificati, che sulle teste di entrambi (ridotti a scheletri e ricoperti da muffe) non sono state trovate «grosse lesività evidenti». Non è al momento possibile dire - si è saputo da più fonti - se i due ragazzini abbiano fratture agli arti inferiori (compatibili cioè con la caduta) perchè non sono stati spogliati.
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Un lungo applauso dai balconi degli edifici adiacenti al "pozzo" ha salutato le due bare all'uscita dal cortile del vecchio complesso di stabili dove, lunedì pomeriggio sono stati rinvenuti i corpi ormai scomparsi venti mesi fa. I resti di Francesco e Salvatore verranno portati al Policlinico, dove mercoledì mattina, nell'Istituto di medicina legale dell'Università di Bari, la signora Rosa Carlucci, madre dei due fratellini, dovrà fare il riconoscimento ufficiale dei resti.
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Già da alcune ore giravano voci dagli ambienti investigativi in cui si cominciava a delineare l'ipotesi che i due fratellini potessero aver avuto una morte lenta, una morte atroce, peggiore di quella che sarebbe toccata loro se fossero morti a causa della caduta nel pozzo. Da alcuni dati emergerebbe infatti che, per qualche tempo, i bambini possano essere rimasti vivi nella cisterna. I corpi non sono in corrispondenza dell'imboccatura del pozzo, che è larga poco meno di un metro per un metro. Non sono quindi rimasti fermi dopo essere precipitati giù - gettati o caduti - per i 22 metri del cunicolo che dal terrazzo porta alla cisterna sotto l'edificio. I corpi infatti sono entrambi da un lato, a una distanza l'uno dall'altro di una quindicina di metri. I due corpi sono stati trovati rannicchiati, in posizione fetale: Ciccio con le mani tra gambe, Tore con il pollice in bocca, lontani diversi metri uno dall'altro, senza scarpe, con i pantaloni leggermente abbassati, un giubbotto sfilato. È la fotografia scattata dai tecnici dell'ERT nel pozzo dell'orrore. Sarà l'autopsia a stabilire ora e cause della morte, ma già dai sopralluoghi fin qui fatti, che non hanno trovato altri accessi alla cisterna se non quel pozzo, chiuso da una botola, e che posizionano i corpi dei due bambini a diversi metri di distanza dalla verticale, è certo che Ciccio e Tore erano vivi quando sono finiti là sotto e sono sopravvissuti alla caduta almeno il tempo di cercare un'uscita, di soffrire il freddo...di morire di «una morte orribile», come ha sintetizzato il procuratore.
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«Mi sento di escludere categoricamente la caduta accidentale dentro il pozzo dei due bambini» aveva detto in mattinata il questore di Bari, Enzo Speranza.
Il luogo nel quale sono stati trovati i resti dei ragazzini è una cisterna per l'acqua, oggi completamente asciutta, alla quale si accedeva solo attraverso un cunicolo della larghezza di un metro per un metro e della lunghezza di 20-25 metri: l'imboccatura del cunicolo è sul terrazzo, nella parte più alta della casa. La cisterna vera e propria, che serviva alla casa come rifornimento idrico con la raccolta di acqua piovana, si trova a pochi metri sotto il livello stradale ed è una vasca dalle dimensioni parecchio maggiori di quelle del cunicolo di accesso.
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Nel frattempo, migliorano le condizioni di Michele, il ragazzo di 13 anni la cui caduta nella stessa cisterna. Il ragazzino è ricoverato nel reparto di Ortopedia del policlinico di Bari dove è stato trasferito dopo il recupero e operato. Per precauzione è trattenuto nel quartiere operatorio per essere monitorato dalla terapia intensiva. Con l'operazione il ragazzo è stato sottoposto ad una riduzione delle fratture esposte bilaterali del terzo dittale della gamba. Ha anche una frattura del collo del femore destro, una frattura della branca ischio-pubica destra, e fratture amieliche delle vertebre lombari. «Non ci sono organi vitali compromessi. Le condizioni del ragazzo migliorano e si può dire che è quasi fuori pericolo». Il ragazzo dovrà però rimanere in ospedale almeno 90 giorni. Martedì mattina il ragazzino è stato trasferito dal reparto di terapia intensiva di ortopedia a quello di rianimazione. A quanto si è appreso si sarebbe trattato di una decisionme prudenziale dei medici del policlinico di Bari a fronte di un pneumotorace che ha comportato difficoltà respiratorie.

Continuano le indagini per capire quale sia stata la causa della morte, e soprattutto capire se si può parlare di caduta, o ripercorrere la pista precedentemente ritenuta più veritiera, cioè quella di un coinvolgimento del padre dei 2 fratellini (già in carcere da metà novembre 2007), sembra che il "movente" sia stato l'essere disobbedienti nei confronti del genitore.

(Fonte:Il Corriere)

I Nostri Sondaggi!



Il nostro ultimo sondaggio, riportava la seguente domanda: A chi pensi di dare la fiducia?!

L'esito finale è stato questo:

Rifondazione Comunista: voti 10 (37%)
Italia Dei Valori (Di Pietro):
voti 8 (29%)
Partito Democratico:
voti 4 (14%)
Sinistra Democratica: voti 3 (11%)
Casa Delle Libertà: voti 2 (7%)
Ros
a nel Pugno: voti 0 (0%)
UDEUR - Mastella: voti 0 (0%)



Su di un totale di 27 votanti (tantissimissimi :D ), Sinistra 25 voti - Destra 2 voti - Centro 0 voti (ottimo questo bello 0 di Mastella)...


Bhè... naturalmente il nostro blog è letto maggiormente da sinistroidi, quindi si può giustificare questo risultato per questo motivo... Però bhè, sarebbe bello ritrovare queste percentuali anche il 13 aprile... che dite :D!


Grazie a tutti coloro che hanno votato questo sonaggio, e arrivederci al prossimo (appena verrà deciso)

lunedì 25 febbraio 2008

La assenza di Certezza della Pena? Una scusa all'italiana

Spesso sentiamo parlare di pene inadeguate, di delinquenti che la passano liscia e di carceri sovraffollate. L'opinione pubblica, che in una democrazia che si rispetti ha un ruolo principe, non vede di buon occhio il sistema di giustizia italiano, perchè lo ritiene al pari di una sceneggiata napoletana; con i pianti e lamenti strazianti delle madri "Ciroooo! perchè!!!" e autorità inerti, incapaci di rispondere all'offesa e catturare il colpevole. Ma se ci fosse la certezza della pena, un carcere duro, e tutto quello che un italiano medio chiede alla giustizia italiana di garantire, siamo sicuri che sarebbe sufficiente per reintegrare il condannato? Mi fa riflettere l'episodio di qualche giorno fa di Aosta, in cui un professore di scuola Media inferiore, condannato a 2 anni e 3000 euro per pedofilia, scontata la pena, viene inserito nell'ambiente scolastico per la seconda volta, suscitando scalpore, sdegno in tutto il circondario. Persino il presidente della regione Valle d'Aosta ha chiaramente esposto che farà ricorso in appello contro la decisione del giudice di reintegrare il condannato.
L'art 27 della Costituzione prevede che "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato." Si denota un chiaro fine della sanzione penale, quello della rieducazione e reintegrazione nella società del condannato. E' un principio inderogabile e inappellabile, a mio giudizio, che deve essere chiaramente accompagnato da un efficace sistema giudiziario. La forte critica alla incompatibilità tra giustizia legale e giustizia sociale è avvertita anche nel mio cuore. Ma non possiamo cadere nell'errore di prediligere la seconda a scapito della prima. Una norma penale è prevista indipendentemente dai sentimenti sociali che aleggiano nel determinato periodo storico, la norma deve essere applicata in relazione al fatto commesso e non perchè la società ha bisogno di colpevoli per stare tranquilla. E' un chiaro rifiuto al giustizialismo che spesso nella storia ha portato a gravi conseguenze, come l'haparteid e l'olocausto. La mia riflessione giunge al termine con questa ultima domanda.. Siamo realmente disposti ad accettare una rieducazione della pena ipotizzando un sistema giudiziario che funzioni? oppure nemmeno questo è davvero sufficiente?

Vi chiedo una ampia discussione sul forum, non inerente al caso specifico della pedofilia, ma inerente al quesito per ultimo posto.

Fonti

sabato 23 febbraio 2008

Torquemada è uno Yankee


Il Waterboarding, così viene chiamato, è una tortura che consiste nel legare la persona interessata supina e innaffiarla sul viso, così da dare la sensazione di morire; si avverte quasi la vicinanza della morte e si genera nella persona un grave disturbo mentale. Così dichiara anche John McCain, candidato repubblicano alle presidenziali, il quale nel Vietnam ha subito per più di 2 anni le peggiori torture orientali. Bene, questo tipo di tortura, è stato recentemente appurato, è fequentemente utilizzato dalla CIA nella prigione di Guantanamo, un luogo che non ha niente a che vedere con gli ideali del sogno americano e della route66, ma che anzi appare come un luogo fuori dal pianeta Terra, in cui non esiste nessun diritto inviolabile che si rispetti. Con questo metodo barbaro gli agenti segreti estorgono dichiarazioni di ogni tipo da islamici in preda al panico, rievocando lo spettro della Santissima Inquisizione di Torquemada. In un certo senso anche oggi, come allora, la pubblica opinione ha bisogno di un capro espiatorio da condannare per tutti i mali, e quando alla tv sentiamo parlare delle torture di Guantanamo tutto sembra non suscitarci grosse preoccupazioni, un po come le streghe di un tempo;digeriamo il malloppo con non molta fatica. In questi giorni si sta parlando di utilizzare quelle confessioni, estorte incivilmente con mezzi barbari, in violazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo 1948, come prove valide per un tribunale americano, per legittimare l'uso della pena capitale contro i "presunti terroristi". Dove è finita allora la dignità di un uomo, se i primi promotori della giustizia mondiale compiono gesti di tale brutalità? Peggio ancora, dove sono le critiche degli altri paesi a queste iniziative immorali? Giovanni Pezzulo maresciallo dei carabinieri è morto in una missione umanitaria, per portare a coloro che non ne hanno più, la dignità di vivere come esseri umani. Se nessuna istituzione italiana, europea, mondiale spenderà una parola per questo scellerato gesto, possiamo considerare calpestata la dignità stessa del caduto in Afghanistan e di tutti coloro che lottano per un mondo migliore. E' necessaria una pronta denuncia. Affinchè lo spettro di Torquemada non ritorni ad aleggiare sulle nostre coscienze, magari parlando americano.